Shanghai, a centinaia chiusi nelle “prigioni nere”, senza processo

Per tenere sotto controllo dimostranti e portatori di petizioni, il governo cinese usa sempre di più le cosiddette “prigioni nere”, dove i cittadini vengono tenuti chiusi per mesi senza processo o accuse formali. Le sedi delle prigioni sono presso alberghi statali, ospedali psichiatrici o case di accoglienza. Una sola di esse può contenere fino a 300 prigionieri. Lo scorso 10 settembre, un gruppo di 20 portatori di petizioni cercava di raggiungere in autobus il municipio di Shanghai. La polizia li ha fermati e ha chiesto loro i documenti. Al loro rifiuto, essi sono stati arrestati e portati alla prigione nera di Jiujingzhuang. Secondo alcuni ex detenuti, in quella prigione vi sono almeno 300 prigionieri. Il giorno dopo, 150 di essi sono stati trasportati alla prigione nera della stazione ferroviaria sud di Pechino. Alcuni dei dimostranti hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame. È andato meglio per 200 abitanti del villaggio di Anting (distretto di Jiading, nella grande Shanghai). Per la 35ma volta essi hanno cercato di manifestare davanti al municipio contro la requisizione e l’esproprio delle loro terre. Per giungere la municipio essi hanno preso la metropolitana, ma la polizia è riuscita a fermarli, li ha caricati a forza nelle camionette e li ha consegnati alla polizia di Jiading. I successi economici della Cina vanno di pari passo con un volume sempre più grande di casi di corruzione e ingiustizie. Secondo cifre ufficiali, vi sono ogni anno oltre 90 mila “incidenti di massa”, cioè proteste, manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine.

Fonte: Asia News, 13 settembre 2011

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