Sequestrati 100 mila vestiti cinesi

Un maxi sequestro di capi di abbigliamento con marchio taroccato. L’hanno compiuto le fiamme gialle, con la collaborazione delle autorità portuali, ad Ancona: sono stati posti i sigilli a circa 100 mila capi di abbigliamento per un valore stimato in parecchie centinaia di migliaia di euro. Una cifra che si avvicina al milione. Quei vestiti, che sarebbero stati prodotti in Cina, avevano infatti l’etichetta “made in Italy”. Ed erano destinati, attraverso dei mediatori, a due società con gli occhi a mandorla con sede a Vicenza. Il controllo risale alle scorse settimane, e sulle sue modalità gli inquirenti sono quanto mai abbottonati. Da quanto è emerso, al porto di Ancona, da una nave transitata attraverso la Turchia e la Grecia, erano stati scaricati alcuni container provenienti dalla Cina. Mentre parte del materiale era rimasta al porto, alcuni container erano stati fatti subito partire con degli autoarticolati e dei treni. Le autorità portuali si sono insospettite ed avevano avviato accertamenti con la collaborazione della guardia di finanza che aveva proceduto a dei controlli. Due container diretti nel Vicentino erano stati bloccati lungo il tragitto, fra le Marche e l’Emilia Romagna, e controllati. Mentre sulle carte appariva tutto in regola – ed erano stati versati i dazi previsti – era il contenuto dei cassoni a non rispettare le norme, almeno secondo gli inquirenti. Pertanto, avvisata la magistratura, è scattato il sequestro. Si trattava come detto di circa 100 mila capi di abbigliamento: soprattutto t-shirt e polo, ma anche giacchini da donna, sciarpe e guanti. Un migliaio i foulard, definiti di buona qualità. L’irregolarità è che quella merce presentava il marchio “made in Italy” che evidentemente non poteva corrispondere al vero, visto che fra l’altro sulla documentazione si leggeva chiaramente che si trattava di prodotti realizzati in Asia. Fra l’altro, all’interno di uno scatolone sarebbe stato trovato altro materiale che comprovava l’evidente falsificazione della provenienza dei vestiti. Ma sul punto le bocche sono quanto mai cucite. Se i camionisti avevano ricevuto la commessa direttamente dalla Cina – si trattava di autisti stranieri – la destinazione della merce era il Veneto. In particolare, un magazzino di Padova dove i container dovevano essere scaricati. I carichi erano destinati a due cittadini cinesi, che sulle carte risultano intermediari rispetto a società vicentine: si tratta di Xiao Yaoling, 45 anni, che risulta essere residente a Milano e domiciliato a Breganze, e di Sizohu Chang, 37, che risulta residente a Torri di Quartesolo. I due, come detto, si sono presentati come rappresentanti di altrettante società cinesi, che risulterebbero dei laboratori di pelletteria e di abbigliamento, con sede a Vicenza e nella zona del Bassanese. Laboratori che al momento non hanno subito controlli o verifiche, anche perchè nessuno si sarebbe presentato direttamente a reclamare la merce. Da quello che è emerso, infatti, un legale bolognese ha ricevuto l’incarico di chiedere il dissequestro del vestiario da parte di una società cinese con sede a Parigi. A detta di chi ha seguito parte delle indagini, però, un sospetto emerge chiaramente. Parte dell’abbigliamento sequestrato, infatti, sarebbe identico ad altro che aveva subito lo stesso destino nel corso di un controllo mirato compiuto proprio nel Vicentino. Sarebbe evidente a quel punto che parte di quello che circola a Vicenza con il marchio “made in Italy” potrebbe in realtà essere stato prodotto ben più lontano.

Fonte: Il Corriere di Vicenza, 9 settembre 2012

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