Sei Paesi UE, Italia compresa, inviano richiesta alla Commissione europea di prendere misure contro la concorrenza sleale di Cina e Russia

La lettera inviata dai ministri economici e dell’industria di Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Regno Unito per chiedere alla Commissione europea misure di protezione dalla concorrenza sleale dei prodotto siderurgici cinesi e russi «solleva temi già sollevati dalla Commissione europea», e a Bruxelles «apriremo nuove indagini anti-dumping».

Lo ha detto Lucie Caudet, portavoce per la Concorrenza della Commissione europea, a proposito della richiesta inviata alla stessa Commissione Ue e anticipata da La Stampa. «Ragioniamo sugli strumenti a nostra disposizione» per far fronte al problema, e «siamo aperti e interessati alle proposte che gli Stati membri metteranno sul tavolo» in occasione dell’incontro convocato per il 15 febbraio. Inoltre, ha aggiunto ancora Caudet, «la questione è stata sollevata direttamente ai nostri partner commerciali».

Il patto d’acciaio dei sei Paesi Ue contro la concorrenza di Cina e Russia (Zatterin)

LA CRISI DELLA SIDERURGIA  

I numeri sono drammatici. In sei anni la siderurgia europea ha perso un quinto della forza lavoro. La domanda oggi è almeno il 25% più bassa rispetto al 2008, anno in cui la crisi ha cominciato a mordere. In questo tempo, una quantità immensa di acciaio a basso costo, se non sottocosto, ha invaso il mercato continentale. Meno si chiedeva e più scendevano i prezzi. I produttori Ue hanno visto peggiorare i libri dei bilanci e, se non bastasse, la stessa sorte ha colpito i rivali orientali. Così, nel 2015, oltre metà delle imprese cinesi hanno chiuso in perdita. Le sole aziende della China Iron and Steel Association hanno cumulato un rosso da 9,8 miliardi di dollari, a fronte di un attivo da 22,6 nel 2014. In molti hanno cominciato a tagliare i listini, senza badare ai danni procurati ai concorrenti, soprattutto agli europei.

L’AFFONDO DELLA MALMSTROM  

L’Ue e i suoi stati hanno deciso che adesso basta. Una settimana fa la commissaria Ue al commercio, Cecilia Malmström, ha scritto a Pechino per chiedere la riduzione della sovraccapacità e minacciare nuove misure antidumping (”La Stampa” del 3 febbraio). Venerdì è stata la volta dei sei big del tondino, certi che «l’Europa non possa restare passiva mentre aumenta il numero degli impianti che chiudono e i posti di lavoro che si perdono». L’ultima crisi è gallese, dove l’indiana Tata ha creato un buco da 5 mila posti. Ma dalla difesa del mercato dipende anche il futuro dell’acciaio italiano e dell’Ilva che troverà un acquirente solo se avrà prospettive di vita reali.

«La Commissione faccia un pieno e rapido uso di tutti gli strumenti di politica commerciale», affermano i ministri, magari partendo con un’inchiesta sui laminati a caldo russi e cinesi. «Non dovremmo attendere il momento in cui il danno per le pratiche sleali diventi irreversibile», è l’appello, condito dalla sollecitazione a essere rapidi e ricorrere alle inchieste indiziarie, le «ex officio»: si colpisce per prevenire, senza cadere alle lungaggini dei contenziosi tradizionali del «Trade».

In parallelo, la banda dei Sei suggerisce di «nuovi sforzi per modernizzare gli strumenti di difesa commerciale (Tdi)» nel nome di uno scambio libero e corretto. Si tratterebbe, ad esempio, «di accelerare le procedure, aumentare la certezza e la trasparenza del giudizio, nonché l’efficacia e il rispetto (delle decisioni) da parte di tutti gli operatori». Ma anche di salvaguardare gli impianti energivori ad alto consumo. Di questo, il Patto d’Acciaio ne parlerà il 15 a Bruxelles con la Commissione. Giornata tesa, sarà. Anche perché, nella capitale belga, è prevista una mega manifestazione dei sindacati del tondino.

La Stampa, 08/02/2016

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