Segni di speranza nel difficile cammino di riconciliazione tra Tokyo e Pechino

Ci sono segni di speranza che possa trovare soluzione il contrasto tra Tokyo e Pechino nato dalla disputa sulla sovranità di alcune piccole isole e che può mettere a repentaglio la pace nella regione del Pacifico se non viene prontamente risolto. Il blocco di un peschereccio cinese e l’arresto del suo capitano da parte di due guardacoste giapponesi sono all’origine della vicenda.

Le isole Senkaku seme della discordia.
Il peschereccio cinese è stato bloccato il 7 settembre perchè navigava al largo delle isole Senkaku su cui il Giappone rivendica la sovranità. Gli isolotti, da sempre disabitati, si trovano nel mare meridionale della Cina (che li chiama Diaoyu), ma sono stati occupati dal Giappone nel 1895 perchè considerati terra nullius, territorio di nessuno. E, difatti, in quell’anno la Cina non ha  protestato. Ma negli anni ’70, dopo che una commissione scientifica dell’ONU ha reso noto che sotto le Sentaku c’erano notevoli giacimenti di gas naturale e petrolio, Cina e Taiwan hanno cominciato a rivendicarne la sovranità, accusando il Giappone di averle rubate alla Cina. L’attuale ministro degli esteri giapponese, Seiji Maehara, piuttosto duro nei confronti della Cina, non prende neppure in considerazione un’eventuale disputa sulla sovranit, perchè per lui il problema non esiste. Il diritto internazionale è dalla sua parte: dal punto di vista legale non c’è altro documento oltre alla dichiarazione dell’occupazione giapponese come terra nullius. L’appello alla storia è troppo vago.

Ritorsione cinese e ambiguità diplomatica del premier giapponese
Alla notizia dell’arresto del capitano del peschereccio, il governo della Cina ne ha richiesto l’immediato rilascio, ha convocato più volte l’ambasciatore giapponese a Pechino accusando il Giappone di ricorso alla violenza, e ha cancellato un viaggio turistico di 10mila cinesi in Giappone. Il 21 settembre il primo ministro Wen Jiabao, parlando a una comunità cinese a New York, si è impegnato a ricorrere a ulteriori azioni di ritorsione se il capitano arrestato non venisse rilasciato. Minacce subito attuate, dopo che il tribunale giapponese di Naha (Okinawa) ha accettato la richiesta del pubblico ministero di estendere il fermo del capitano fino al 29 settembre. Il governo di Pechino ha sospeso tutti gli incontri a livello governativo tra le due nazioni, ha bloccato i visti turistici per e dal Giappone e ha cancellato l’invito al governatore di Osaka a tenere un discorso alla chiusura dell’Expo mondiale di Osaka. E, a livello economico, ha bloccato l’esportazione in Giappone di “terre di metalli rari”, componene  essenziale per l’avanzata industria giapponese.  Pesante sanzione economica: il Giappone importa dalla Cina il 90% di questo materiale. Per queste azioni prese da Pechino, il tribunale giapponese il 24 settembre ha deciso di rilasciare il capitano del peschereccio senza formale atto di accusa. Ufficialmente il rilascio è stato iniziativa dell’autorità giudiziaria. Così ha risposto il primo ministro Kan durante un’intervista. Ma non ci sono dubbi circa un intervento del governo. Difatti l’autorità giudiziaria ha detto che il bene del popolo giapponese e l’impedire un detorialmento delle relazioni tra le due nazioni sono stati i motivi del rilascio. Motivi che, evidentemente, riguardano la diplomazia, non il codice di diritto penale. I media giapponesi non hanno mancato di denunciare la debolezza e l’ambiguità della diplomazia dell’attuale governo di Tokyo.

La diplomazia del “bastone pesante”
Normalmente incidenti di questo tipo si risolvono senza chiasso a livello di ambasciate. Il governo cinese, invece, ha usato dell’incidente, direttamente, per ribadire il suo diritto territoriale sulle Diaoyu /Senkaku e, indirettamente, per far un ulteriore passo in avanti nel dominio del Pacifico. Per ottenere lo scopo, scrive l’editorialista del periodico giapponese Sentaku, “Pechino pare che stia adottando la diplomazia del ‘Big stick’, iniziata dal presidente degli Stati Uniti Teodoro Roosevelt all’inizio del secolo scorso. La leadership cinese sembra pienamente consapevole che la diplomazia del ‘grosso bastone’ può esser usata con molta efficacia verso le nazioni deboli”. Il 19 settembre il quotidiano cinese Global Times “ha rivendicato i diritti territoriali cinesi sulla isole Diaoyu e vigorosamente asserito che il governo giapponese le ha strappate, assieme ad Okinawa, alla dinastia Qing”. Sembra che i leader cinesi abbiano cominciato a pensare di essere vicini a restaurare il potere e la prosperità raggiunto dalla dinastia Qing. Sarebbe un ritorno al centralismo cinese in Asia.

Il cammino verso la riconciliazione
In ottobre la Cina ha mandato alle isole Senkaku tre grossi pescherecci (due di 1000 tonnellate una di 500) appartenenti al ministero dell’agricolutura con l’ ordine di fare di tutto per pattugliare la zona nelle acque attorno alle isole disputate. La notizia apparsa nel quoditiano Youth Daily ha dato vigore a manifestzioni anti-nipponiche di folle di studenti in parecchie città della Cina, che erano iniziate con con il permesso  delle autorità locali. Dato il preoccupante vigore delle agitazioni, il governo le ha proibite, obbligando gli studenti universitari a non uscire dai campus e ingiungendo agli altri di partecipare alle lezioni anche durante i fine-settimana. Ma il nuovo potere di internet e dei cellulari ha tenuto viva la  protesta. Lo stesso fenomeno si è verificato anche in Giappone. È iniziato, allora, per iniziativa del Giappone un cammino di riconciliazione, tuttora in corso. Due date e due città ne indicano il punto di partenza e la meta finale, si spera con esito positivo: 5 ottobre a Bruxelles (Belgio) e 29 ottobre a Hanoi (Vietnam). I protgonisti dal cammino sono il primo ministro giapponese Naoto Kan e il premier cinese Wen Jiabao. A rendere possibili gli incontri e positivo  il cammino si stanno impegnando, dietro le quinte, altre due personalità politiche: Sengoku Yoshito (64 anni), segretario capo del Gabinetto giapponese, e Ma Zhaoxu, portavoce del ministero degli esteri cinesi. Kan e Wen, incontratisi il 5 ottobre a Bruxelles in  occasione dell’incontro annuale dell’ASEM (Asia-Europe Meeting), si sono detti d’accordo di iniziare il processo di riconciliazione per ridar vita allo sviluppo della “relazione stategica mutualmente benefica”, impegnandosi a  incontrarsi di  nuovo il più presto possibile. La data del secondo incontro è prevista  per il 29 o 30 ottobre ad Hanoi quando i due leader si troveranno nella capitale vietnamita per partecipare al meeting dell’ASEAN (Association of Southeast Asia  Nations) più tre (Cina, Giappone e Corea del sud). Intanto una tappa importante si è raggiunta l’11 ottobre, quando il ministro della difesa giapponese Toshimi Kitazawa si è incontrato ad Hanoi con la controparte cinese Liang Guanglie in occasione dell’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN plus three. Secondo fonti giapponesi, Kitazawa avrebbe detto: “Benchè vari problemi possono sorgere tra Giappone e Cina, è important fare sforzi per creare un meccanismo di collegamento in modo da evitare che i legami si sfilaccino”.

Segni di speranza
Sengoku ha visto nel colloquio dei due ministri un’indicazione sulla disponibilità di Pechino ad accettare un secondo incontro tra Kan e Wen a Hanoi, che funzionari dei due governi stanno tentando di preparare. Per questo il governo giapponese ha inviato a Pechino Akita Saiki, direttore del dipartimento Asia del Ministero degli esteri, per colloqui con funzionari cinesi. Di ritorno dalla Cina, Saiki ha detto: “Abbiamo parlato di specifiche misure da prendere per far progredire le relazioni bilaterali basate sul fondamentale riconoscimento accettato da ambedue le parti circa lo sviluppo della relazione mutualmente vantaggiosa basata su comuni interssi strategici”. Il 21 ottobre Satsuki Eda (69 anni), già presidente del Senato, di ritorno da un viaggio in Cina ha detto che il Partito democratico del Giappone (DPJ) “deve lavorare maggiormente per creare piu forti legami con la Cina in modo da evitare futuri battibecchi diplomatici con il vicino gigante”. L’esortazione di Eda ha molto peso nell’opinione pubblica, non solo per la sua lunga esperienza politica, ma anche perchè è andato in Cina a capo di una delegazione di oltre 800 giapponesi, inclusi 500 studenti, ed è stato ben accolto. Anche questo è un segno di speranza.

Fonte: Asia News, 28 ottobre 2010

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