Se l’America chiama gli investimenti cinesi

Il presidente Hu Jintao vola negli Usa per tre appuntamenti Onu, sullo sfondo del consueto minuetto protezionismo sì protezionismo no, buy American versus buy Chinese. Lungi dall’immaginare che le parole del segretario di Stato al Commercio, Gary Locke, segnino un punto d’arrivo, ma stamattina il China Daily – il giornale che Pechino usa per lanciare messaggi all’estero – pubblica un’intervista nel quale il ministro di Barack Obama dichiara che “è importante che ci concentriamo su un commercio che favorisca entrambi”. Aggiunge che “le opportunità per il commercio fra i due Paesi miglioreranno e aunmenteranno” e che – soprattutto – “ci sono molte chance di investimento per i cinesi negli Usa”. Un ramoscello d’ulivo, dopo le polemiche sui dazi per i pneumatici cinesi. Lo scambio bilaterale nel 2008 ha raggiunto un volume di quasi 334 miliardi di dollari. Più pertinente con le riflessioni di Locke è uno sguardo agli investimenti diretti: quelli statunitensi in Cina l’anno scorso sono arrivati a quasi 3 miliardi di dollari, mentre quelli cinesi negli Usa si fermano a 462 milioni. Alla fine del 2008 si contavano 1.200 aziende cinesi con investimenti in America, capitanate dalla Cosco, la prima a esporsi negli Stati Uniti nel 1979 dopo le aperture di Deng Xiaoping e ora assurta a numero uno mondiale della navigazione commerciale. Sono 7.300 gli americani impiegati da aziende cinesi. Una testa di ponte?

Fonte: Il Corriere della Sera

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