Sassari, anche i commercianti cinesi sentono la crisi

Anche per i cinesi sono cominciati i tempi duri. Loro, che surfavano la crisi economica galleggiando sui prezzi stracciati, ora annaspano e sopravvivono a stento. Troppa concorrenza e pochi clienti. I fatturati sono diminuiti del 40 per cento e le prime serrande cominciano a calare come ghigliottine. Un tempo la grande muraglia sorgeva sopra le macerie delle attività locali: chiudeva un negozio di Sassari, un mese dopo sopra quella vetrina sventolavano lanterne e bandierine. Ora anche i cinesi piegano la testa di fronte alle leggi di mercato: 8 colossi spuntanti in due anni a Predda Niedda e 30 negozi nel centro urbano sono troppi. I commercianti più grandi fanno piazza pulita dei più piccoli. E questi ultimi raccolgono mestamente i cocci della loro vita, ammucchiano i pochi risparmi e scalano di marcia, ripartendo da un’esistenza da dipendente. «Qui è come una partita a Risiko – dice Massimo, cinese fuori e molto italiano dentro – più territorio acquisti, più carri armati riesci a mettere e più diventi forte». Lui nel 2009 con Ipercina era il numero uno. Un capannone immenso, una sorta di grande distribuzione votata al risparmio. E’ stato il primo a puntare sui metri quadrati e sulla varietà della merce (i carri armati, appunto). E per un anno, in ogni momento della giornata, una cinquantina di clienti curiosavano tra gli scaffali. Adesso quell’età dell’oro è passata, nel locale bazzicano una decina di persone e Massimo si difende dalla recessione e dalla concorrenza a colpi di saldi: «Boxer uomo: 1 euro e 30»;
«corredo intimo donna: 2 euro e 90»; «jeans 9 euro e 90». Dice: «Per molti prodotti mi accontento del prezzo di costo. Non mi interessa guadagnare, mi basta non perdere i clienti». Perché equivarrebbe a rimpicciolire il proprio raggio d’azione, a levare carriarmati: «E riconquistare gli spazi persi è quasi impossibile». Da poco è spuntato InCity, poi c’è Eurasia, e ci sono altri sei concorrenti agguerriti. Alcuni erano imprenditori cinesi che operavano a Sassari da qualche anno e si sono allargati, altri arrivano da Milano e Roma. Non si fanno scrupoli a colonizzare e far terra bruciata. «Nella nostra comunità – dice Massimo – esiste un sistema di mutuo soccorso, siamo solidali. Ma non nel commercio: qui non si fanno prigionieri». E a Sassari accadrà quel che sta succedendo nelle altre metropoli della Penisola: il commercio cinese si evolve. E’ già comparsa Yan, la prima parrucchiera. E c’è anche un buffet sel-service (Sakura) con menù orientale da 10 euro. Dopodiché gli affari dall’abbigliamento si sposteranno verso i prodotti casalinghi e il bricolage. «Un articolo che vendiamo sempre sono le batterie. Oppure i gadget per telefoni o per pc. Una custodia iPhone qui costa 2 euro, una staffa per assicurarlo al cruscotto viene 3,60. Cinque volte in meno rispetto ai rivenditori italiani. E sono gli stessi prodotti, fatti sempre in Cina e poi griffati. Gli articoli di piccole dimensioni, sui quali incidono poco le spese di trasporto, sono le nostre armi vincenti». Gli stock non arrivano direttamente dalla Cina, ma vengono acquistati in enormi quantità da una decina di grossisti che operano in Continente. Dunque i fornitori in Italia sono gli stessi, i prodotti sono gli stessi e la guerra dei prezzi si deve fare sul centesimo. «Qui arriva gente con la Porsche – dice Massimo – con stipendi altissimi. E nonostante siano pieni di soldi chiedono lo stesso lo sconto. Però c’è una cosa: chi entra non va mai via a mani vuote». Per Massimo i clienti hanno un’inclinazione all’acquisto che lui riconosce a naso. Entra una ragazza carina, jeans e camicetta: «Vedrai che uscirà fuori con un paio di scarpe». E infatti, un minuto dopo, è lì alla cassa che paga 12 euro per un paio di ballerine bianche. Arriva un signore sulla sessantina: «Quello cerca qualcosa di tecnologico». Ed eccolo ritornare con un mouse tra le mani. «Difficilmente uno va via senza trovare ciò che cerca. E quando non sa dove acquistare un articolo strano, si rivolge ai cinesi. Esempio: dove comprereste il campanellino della hall di un albergo? E le lucette del frigo che si fulminano?». Sembrano sciocchezze, ma nel risiko cinese quegli oggettini sono i famosi carri armati.

Fonte: La nuovaSardegna, 29 settembre 2011

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