Sarà più difficile fare petizioni, mentre chi le fa continua a subire arresti e minacce

La Corte suprema del popolo introduce nuove regole per disciplinare il diritto di petizione. Ma esperti commentano che così il diritto è reso più difficile. Intanto la moglie dell’artista Ai Weiwei ha potuto incontrarlo, per la prima volta dopo il suo arresto, avvenuto il 3 aprile. La Corte suprema e gli altri tribunali superiori cinesi ricevono continue petizioni, che riguardano sia decisioni giudiziali ritenute ingiuste, sia fatti di presunta corruzione e malgoverno delle autorità politiche. Ora la Corte ha introdotto nuove indicazioni, con  il dichiarato fine di realizzare “un sistema sostenibile” per affrontare questa mole di doglianze. Tra l’altro, i giudici che non siano in grado di decidere subito circa una petizione, potranno fissare una data per riceverne l’autore, e questi dovrà attendere.Inoltre, è prevista la possibilità di una “mediazione”, che può comprendere un aiuto legale, un consulto psicologico e un intervento di assistenza sociale. La petizione è spesso il solo modo “legale” previsto in Cina perché il cittadino possa protestare contro un’ingiustizia, rivolgendosi in via diretta alle autorità superiori e anche a Pechino. Spesso le autorità locali hanno usato mezzi illegali per impedire simili doglianze, compreso l’arresto nelle “prigioni fantasma”, luoghi segreti dove le persone “scomode” sono trattenute anche per mesi senza accusa e senza processo. Esperti osservano che la nuova disciplina non serve a rendere più efficiente l’esame dei problemi denunciati con le petizioni, piuttosto può servire a diluirne l’impatto e a dare al cittadino la falsa impressione che il suo problema sia preso in esame, mentre si tratta di questioni che in Cina non possono essere risolte dai tribunali, che sono inseriti nella gerarchia del Partito comunista. Xie Ming, professore dell’Università Renmin, osserva che le autorità “hanno impegnato molto denaro per impedire le petizioni, ma non hanno ottenuto veri risultati”. Molti ritengono che se Pechino vuole davvero debellare la corruzione, come sempre promette, dovrebbe dedicare anzitutto maggior attenzione alle denunce di fatti di malgoverno. Intanto da metà febbraio nel Paese è in atto la peggiore persecuzione dal 1998, con decine di arresti illegali e minacce contro democratici e attivisti per i diritti, per stroncare in modo preventivo qualsiasi protesta stile Rivoluzione dei gelsomini. Il 15 maggio Lu Qing ha potuto incontrare suo marito, l’artista dissidente Ai Weiwei (nella foto), detenuto da 42 giorni senza accusa e senza aver potuto vedere nessuno, nemmeno il proprio avvocato. La polizia ha portato Lu in una destinazione segreta e ha controllato l’intero colloquio di appena 15 minuti. La legge cinese prevede che la polizia possa trattenere un arrestato per un massimo di 30 giorni prima di presentarlo al pubblico ministero, il quale ha 7 giorni per confermare l’arresto. Ai è detenuto da 42 giorni, senza che si conosca un’accusa formale. Oltre ad Ai, sono “scomparsi” da settimane senza notizie gli attivisti per i diritti Wen Tao, Hu Mingfen, Liu Zhenggang e Zhang Jinsong. Il 15 maggio è pure scomparso a Pechino l’autore di petizioni Feng Dacheng, che aveva protestato contro la requisizione forzata di terre agricole nel suo villaggio nel Guangxi. L’altra autrice di petizioni Guo Jinying è stata arrestata a Pechino a fine aprile, trattenuta in una “prigione fantasma”, ha subito violenze sessuali e percosse ed è stata ricoverata in ospedale. Il 16 maggio ad Harbin (Heilongjiang) la polizia ha comminato 7 giorni di carcere amministrativo all’attivista Zhao Jingzhou e 10 giorni a Yu Yunfeng, entrambi per “avere turbato l’ordine pubblico” per avere raccontato le loro esperienze come vittime di evizioni forzate della casa.

Fonte: Asia News, 17 maggio 2011

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