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ROMA-Esquilino, terra cinese e bengalese

Piazza Vittorio, cuore del quartiere Esquilino, pieno centro di Roma. Di italiano è rimasto ben poco, dietro ogni angolo anche l’aria sa d’Oriente. Punti vendita di abbigliamento, calzature, casalinghi, ristoranti, qualche boutique e perfino una farmacia. Tutti recanti insegne cinesi.

 Una comunità che nella sola Roma vanta circa cinquantamila persone (dati sottostimati). Esclusi i bengalesi e cingalesi, altrettanto commercianti in Piazza Vittorio.

“Vivo grazie alle mie clienti di sempre – spiega la signora Carla, una tra le poche attività di parrucchiere italiano ancora presente in zona Esquilino. Sono infuriata, perché nonostante io sia qui da 50 anni, ci stanno rovinando”. Sono forti i toni usati da Carla nel parlare della comunità cinese, ormai dominante in Piazza Vittorio Emanuele II e dintorni.

La concorrenza è spietata, perché se una piega da me costa sui 13 euro, da loro la paghi 10. Si fatica a lavorare in questo modo, ogni giorno sono qui, sola, alzo la saracinesca per sopravvivere, perché ormai si tratta di questo, di sopravvivenza. Per loro è tutto più semplice, non sanno neanche cosa sia una ricevuta fiscale, a loro è tutto concesso. E io così non posso sapere se domani o il prossimo anno sarò costretta a dichiarare il fallimento. Non ne faccio un discorso di etnia, ci tengo a chiarirlo, perché non sopportare il loro commercio, non significa non tollerarli come persone”.

Opinione divergente, almeno in parte, quella di due addetti alla vendita di un noto negozio di calzature in via Buonarroti. “A noi non danno fastidio, perché di concreto non si tratta di concorrenza. Non ci tolgono lavoro perché vendiamo un prodotto Made in Italy, di ottima qualità, che non teme il confronto e che non può essere paragonato alla plastica che vendono i commercianti cinesi. I nostri articoli di calzature, borse e valigie hanno dei prezzi diversi, ma perché, appunto, la qualità è tutt’altra cosa. Alcuni di loro tra l’altro vengono anche ad acquistare da noi. Se dovessimo parlare di calo delle vendite, quindi, possiamo dire che di ciò risentiamo a causa della crisi economica, non di certo del commercio cinese”.

Ma sulla questione della regolarità verso l’Erario, la considerazione converge con la signora Carla. “Questa zona è diventata la loro, perché non avendo controlli e non rilasciando scontrini o fatture, aprono e basta. Oltre che non hanno limiti circa la categoria di merci che vendono. Trovi di tutto nei loro negozi, dalla frutta, alla valigia, al capo di abbigliamento. Ostacoli non ne incontrano al momento dell’avvio dell’attività. E per loro la cassa è solo un qualcosa di figurativo”.

Dai “Magazzini Allo Statuto” (Mas), storico grande magazzino presente nella multietnica Piazza Vittorio fin dagli anni ’30, la signora Luciana dichiara di non avere alcun tipo di problema nel rapporto di vicinato con la comunità cinese. Anzi. “Posso dire che un rapporto non esiste, perché si tratta di una comunità che rimane chiusa, non c’è dialogo e proprio per questo lavoriamo fianco al fianco senza che gli uni disturbino gli altri. Sicuramente però la concorrenza c’è e si sente, perché trattiamo prodotti che vanno dall’abbigliamento, ai tessuti e tendaggi, ad abiti da lavoro e quant’altro, a dei prezzi davvero economici. Inoltre, così come i cinesi acquistano spesso merce presso il nostro negozio, non posso nascondere che anche noi talvolta ricorriamo ai loro articoli, per i prezzi convenienti che praticano”.

Questa è piazza Vittorio. Un quartiere tanto amato da chi ci vive o lavora da sempre. E un quartiere in cui non è la supremazia cinese, in definitiva, ad alimentare xenofobia o razzismo. Il degrado, il decadimento generale, l’indifferenza verso un quartiere abbandonato a se stesso, hanno origini antiche, già da prima dell’arrivo degli stranieri.

Ventonuovo,21/11/2014

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