Roma capitale del tarocco cinese “E’ il business della criminalità”

Roma capitale della contraffazione cinese in Italia. Secondo quanto emerge da un’indagine dell’osservatorio socio-economico sulla criminalità del Cnel su “Le caratteristiche della criminalità organizzata cinese in Italia”, in provincia di Roma si registra il più alto numero di reati legati alla contraffazione, che indicano la Città Eterna come il principale snodo di smistamento delle merci asiatiche sia per l’intero territorio nazionale che per vari Paesi europei. Mentre fino ai primi anni del 2000, spiega il Cnel, il fenomeno era di modeste dimensioni, oggi costituisce il principale business della criminalità cinese, a cui prendono parte esponenti delle organizzazioni mafiose italiane. Tale attività ha in gran parte soppiantato le forme di accumulazione illecite del recente passato, che gravitavano intorno alla gestione dell’immigrazione clandestina. Che a livello nazionale resta, però, il reato più diffuso fra i cittadini cinesi residenti nel nostro Paese.

I reati. Nel periodo 2004-2010, infatti, ben 28.464 persone sono state denunciate, fra queste 5.329 per promozione e favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Nello stesso periodo seguono, in ordine decrescente, sfruttamento della prostituzione (1.896 persone), lesioni dolose (1.357), contraffazione di marchi (1.069), furti (920), associazione a delinquere (849), estorsioni (491), reati legati agli stupefacenti (441), rapine (34), tentati omicidi (181) e omicidi volontari (108). Nel rapporto si legge, tuttavia, che “ancorché caratterizzati da un numero oscuro probabilmente molto alto, i reati riconducibili ai cittadini cinesi evidenziano valori di gran lunga inferiori rispetto ad altre collettività straniere presenti in Italia”.

Immigrazione clandestina. I principali mutamenti avvenuti nell’ambito dell’immigrazione illegale riguardano l’ampliamento delle aree di origine dei migranti: in passato circoscritte alle province dello  Zhejiang e del Fujian, oggi interessano in particolar modo il nord-est della Cina. Per coloro che arrivano in aereo direttamente dal Paese di origine, oggi il costo del trasporto illegale è sensibilmente diminuito: dai 15 mila euro di alcuni anni fa, si è arrivati infatti ai circa 8-9 mila euro attuali. Le province di Prato e Firenze, aree caratterizzate dal cospicuo inserimento delle imprese cinesi nei distretti industriali locali, presentano i valori più alti per il reato di organizzazione dell’immigrazione illegale.

Reati violenti. Le province di Prato e Milano presentano, invece, i valori più alti per i reati violenti commessi da cinesi, come gli omicidi e le lesioni dolose, i reati di tipo “predatorio” (furti, rapine, estorsioni e sequestri di persona), i reati associativi, il gioco d’azzardo e i reati legati agli stupefacenti. Gli omicidi, in particolare, nascono prevalentemente all’interno degli scontri fra bande, oppure hanno a che fare con regolamenti di conti nei confronti di chi non è stato ai patti, come nel caso di prestiti usurai non onorati. Anche le rapine e le estorsioni sarebbero riconducibili alle stesse organizzazioni criminali.

Contraffazione. Al contrario, rileva l’indagine, la provincia di Roma denota i valori più alti per il reato di contraffazione. Nel 2010, la Guardia di Finanza ha sequestrato circa 110 milioni di prodotti falsi “made in China”, soprattutto giocattoli, capi d’abbigliamento, accessori e beni di consumo. Un indicatore che esemplifica la rilevanza del fenomeno è il prezzo d’affitto per metro quadrato dei capannoni lungo la Casilina e la Prenestina, dove viene momentaneamente allocata la merce sdoganata dai porti di Napoli e di Civitavecchia, in attesa di entrare nel circuito della distribuzione commerciale. A Roma l’affitto mensile di un capannone di circa mille metri quadrati va da 10 mila a 20 mila euro, a Milano si aggira intorno ai 6 mila euro, mentre a Prato resta fra i 2.500 e i 3 mila euro. Un container di quaranta piedi contenente capi di abbigliamento ha un valore commerciale nominale di circa  60-70 mila euro, per un costo totale, inclusi dazi e iva, di 100 mila euro. A tale cifra corrisponde un margine netto di circa il 10 per cento. Considerato che solitamente la merce staziona pochi giorni nei magazzini, pronta per essere sostituita da nuovi arrivi, gli imprenditori di import-export con la Cina hanno volumi d’affari tali da poter agevolmente sopportare costi molto alti per l’affitto dei luoghi di stoccaggio.

Riciclaggio. Quanto al riciclaggio del denaro sporco, il rapporto del Cnel evidenzia che “avviene attraverso l’acquisto di immobili e attività imprenditoriali, anche se la modalità di reimpiego dei capitali illeciti nel circuito legale finora accertata è costituita, in netta prevalenza, dal trasferimento di denaro in Cina”. Dal 2005 al 2010, vi sono state 6.668 segnalazioni sospette a carico di cittadini cinesi, pari al 7 per cento del totale. Dal punto di vista penale, però, il riciclaggio rimane un fenomeno sommerso, di cui le statistiche danno conto solo in modo marginale.

Prostituzione. I gruppi criminali cinesi gestiscono la prostituzione rivolta ai connazionali, mentre per la clientela italiana si possono rilevare due diverse modalità organizzative. La prima si basa su una rete di luoghi adibiti alla prostituzione, dislocati in varie città italiane, controllati in modo accentrato da uno o da più gruppi criminali che collaborano fra di loro. Talvolta gli sfruttatori si appoggiano a italiani, che figurano come affittuari, oppure sono le donne cinesi a firmare i contratti con il proprietario italiano dell’immobile. La seconda modalità, scarsamente strutturata, fa riferimento a gruppi ridotti di individui che gestiscono singole case di prostituzione, senza appartenere a una rete più ampia comprensiva di basi logistiche, referenti locali per ogni città italiana e di una precisa organizzazione di collegamento.

Le organizzazioni criminali. Secondo quanto rilevato dal rapporto del Cnel, le organizzazioni criminali cinesi in Italia sono sostanzialmente di due tipi: alcune sono coinvolte solo in ambiti illeciti specifici (come l’attività di trasporto dei migranti), altre gestiscono invece un ampio ventaglio di attività e ricorrono alla violenza per stabilire forme più ampie di controllo sui connazionali, come fanno le organizzazioni mafiose italiane.

Analogie con la mafia. “Come mafia, camorra e ‘ndrangheta, le organizzazioni cinesi esercitano un condizionamento tendenzialmente totalizzante sul contesto sociale in cui operano” si legge nel rapporto. In particolare, i legami interni che caratterizzano le associazioni criminali orientali sono di due tipi, entrambi espressione di un vincolo di solidarietà tra gli appartenenti. Il primo si basa su un senso di “fratellanza” derivante dal condividere le medesime esperienze (per alcuni risalenti a una fase precedente all’arrivo in Italia) contraddistinte da un modus operandi propriamente criminale, in cui le attività illecite costituiscono la principale se non l’unica “occupazione” quotidiana. Il secondo si basa sulla famiglia, analogamente a quanto accade per la ‘ndrangheta, che recluta le nuove leve all’interno del proprio clan. Facendo riferimento a padri, figli e famiglia allargata, l’organigramma criminale si struttura per linea di parentela secondo precise gerarchie interne. Si tratta, sottolinea l’analisi degli esperti del Cnel, delle forme criminali “più insidiose”, capaci di infiltrarsi nella rete di connazionali presenti in Italia. Così a Roma e a Firenze alcuni presidenti e vicepresidenti di certe associazioni cinesi erano al contempo come rappresentanti ‘legali’ e leader di gruppi criminali. In altri casi, i condizionamenti sono di tipo indiretto, in base al collegamento tra bande e personaggi influenti della comunità cinese. L’anello di congiunzione tra i due “mondi”, quello lecito e quello propriamente criminale, è rappresentato dai capi delle bande, i soli a mantenere contatti riservati con individui che, pur muovendosi in ambito legale, ricorrono se necessario alla violenza delle gang.

Differenze. Ciò che distingue la criminalità organizzata cinese dalle associazioni mafiose italiane è, però, l’assenza di precisi riferimenti che possano ricondurla alla tradizione dell’associazionismo segreto della Triade. Gli elementi che potrebbero portare a una simile conclusione sono infatti “scarsi ed estremamente discontinui nel tempo”.  L’invio a scopo intimidatorio di gladioli rossi o di immagini raffiguranti teste di drago mozzate sembra, infatti, “più espressione di un ricorso strumentale a una simbologia di sicuro effetto intimidatorio che prova dell’esistenza, in Italia, di associazioni criminali appartenenti alla tradizione della Triade”.

Maroni. “La capacità di infiltrare il tessuto economico italiano” delle organizzazioni criminali cinesi “è fortissima, pari a quella della ‘ndrangheta, con rischi molto elevati” ha dichiarato il ministro dell’Interno Roberto Maroni durante la presentazione del rapporto. “Il fenomeno dell’immigrazione cinese ha avuto un aumento notevole – ha proseguito Maroni – I cittadini regolarmente residenti in Italia nel 1980 erano qualche centinaio, ora sono circa 200mila. I cinesi tendono a rimanere e insediarsi nel territorio, fanno venire qui i loro familiari e creano comunità spesso chiuse con una forte identità, come tante piccole Chinatown. Questo porta a criticità, come quella di via Paolo Sarpi a Milano”.

Sara Grattoggi

Fonte: La Repubblica.it, 19 maggio 2011

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