Riciclaggio, prima udienza per Bank of China e 300 imputati, quasi tutti cinesi

Circa 300 imputati – quasi tutti cinesi – e tra loro anche Bank of China, la banca di stato, saranno alla sbarra a Firenze il prossimo 16 marzo per l’avvio dell’udienza preliminare di un maxi-processo per riciclaggio dedicato a un massiccio e capillare trasferimento di denaro dall’Italia al paese orientale.

Un’emorragia che la guardia di finanza rilevò in 4 miliardi di euro, sfuggiti al fisco e alla normativa antiriciclaggio attraverso negozi ‘money transfer’. Bank of China è imputata ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa per non aver segnalato migliaia e migliaia di operazioni sospette, insieme a quattro suoi dirigenti apicali, dell’epoca, in forza alla succursale di Milano per l’Italia.

In generale, l’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Firenze, fa contestare al pm, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, riciclaggio, trasferimento illecito di denaro all’estero, evasione fiscale, per una ventina di imputati anche l’aggravante di mafia. Sulla posizione di Bank of China il pubblico ministero ha allegato agli atti anche un verbale di ispezione della Banca d’Italia, che risale al 2011, fatta alla succursale di Milano per verificare il rispetto degli standard organizzativi richiesti e per le disposizione in materia di trasparenza bancaria.

Per Bank of China il pm ha preso in considerazione anche la normativa anti-ricilaggio e le attività di ricognizione sull’attività della banca cinese fatte dall’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (Uif), che a sua volta fa riferimento a Bankitalia. Tuttavia, la stessa filiazione italiana della banca dello stato cinese, si difende dicendo di aver “sempre operato nel pieno rispetto della normativa antiriciclaggio italiana ed internazionale” e “con la massima diligenza possibile, pur in assenza di una specifica normativa che disciplinasse gli obblighi di segnalazione, quando il rapporto vedeva coinvolti due intermediari autorizzati”, oltre ad aver “adottato efficaci sistemi di controllo sulla società M2m e correttamente adempiuto ai propri obblighi informativi nei confronti delle autorità di vigilanza”.

L’inchiesta, coordinata dalla procura di Firenze, in particolare colpì in profondità il ‘sommerso’ dell’economia parallela cinese di Prato e portò a controllare negozi ‘money transfer’ a Bologna, Padova, Roma, Firenze dove venivano effettuate operazioni di trasferimento in Cina di migliaia di importi minimi, sotto la soglia ammessa dalla legge, (2.000 o 1.000 euro in base ai periodi e alle variazioni normative). Le indagini hanno riscontrato tantissime operazioni con importi da 999 euro l’una per eludere il controllo su chi inviava i soldi. Denaro che gli inquirenti attribuiscono a flussi illeciti, in ‘nero’, proveniente – a vario titolo – da sfruttamento della manodopera clandestina, evasione fiscale, vendita di merci contraffatte. I mittenti erano a volte fittizi, una specie di prestanome e non rintracciabili. Per raggiungere i quasi 300 imputati, di cui moltissimi orientali, per cui il pm Giulio Monferini ha chiesto il rinvio a giudizio, la cancelleria del gup Anna Liguori ha dovuto impiegare diversi mesi in ordine alla necessaria attività di notifica e di riscontro del procedimento e dell’avvio dell’udienza preliminare.

Gonews.it,14/03/2016

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