Riciclaggio: fiume di denaro alla Cina, pm indaga 300 persone

Firenze – Come moderni “spalloni” col classico sacco di denaro in contanti da portare fuori dall’Italia. Ma senza bisogno di varcare davvero il confine: bastava il negozio più vicino dotato di sistema money transfer, quello usato per mandare i soldi in un altro Paese.

Il negozio giusto – nell’inchiesta di procura e nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Firenze -, una catena con sede a Bologna e agenzie in tutta Italia, la Money2Money, di titolari italiani (tutti indagati) era diventato un collettore di oltre 4 miliardi di euro portati fuori dalla Penisola in pochi anni. E ciò grazie ai servizi offerti da un partner decisivo, la filiale di Milano di Bank of China, la banca di Stato della Repubblica popolare cinese, anch’essa indagata coi suoi dirigenti.

Ora, per questa vicenda di maxi-riciclaggio, la procura di Firenze chiede il processo per 297 persone, quasi tutti orientali, ma ci sono anche degli italiani. E lo chiede per la stessa Bank of China, responsabile di illecito amministrativo non avendo segnalato migliaia e migliaia di operazioni sospette passate dai suoi videoterminali e omettendo i controlli, diversamente da come impone la normativa antiriciclaggio.

 Associazione a delinquere, riciclaggio, trasferimento illecito di denaro all’estero, evasione fiscale, sono alcuni dei reati contestati. Ma per alcuni imputati, una ventina, il pm Giulio Monferini, che ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio, ha fatto scattare l’aggravante di mafia, a causa dei metodi intimidatori e di omertà riscontrati nelle indagini del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Firenze.

Indagini che colpiscono al cuore l’economia sommersa dei cinesi di Prato e Firenze: il denaro, spedito in mille rivoli dai negozi della catena M2M di Firenze, Prato, Padova, Bologna, Roma, con micro-operazioni dagli importi risibili, sotto la soglia ammessa per legge (2.000 euro prima, 1.000 euro oggi), era frutto del nero proveniente da sfruttamento di manodopera clandestina, immigrazione clandestina, evasione fiscale, vendita di merci contraffatte.

Denaro con mittenti a volte fittizi, talvolta irreperibili in Italia. E con destinatari assolutamente sconosciuti in Cina. Forse, dice un’ipotesi investigativa, i soldi mandati in Cina servivano per acquistare altra merce a basso costo da importare e rivendere in Italia. Ma forse potevano andare verso misteriosi personaggi, o uffici, del Paese orientale.

Non quindi rimesse di semplici immigrati, ma un’organizzazione complessa in cui gli inquirenti ravvisano un rafforzamento della capacità economica dei gruppi mafiosi cinesi in Toscana, dediti ad attività economiche parallele e in nero, e all’immigrazione clandestina.

Corriere della Sera ediz Toscana,19/06/2015

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La Laogai Research Foundation durante le sue conferenze ha sempre denunciato le attività illegali e immorali della dittatura cinese in Italia e nel mondo e dei suoi effetti controproducenti in termini pratici ed economici. Queste denunce non sono mai state prese in seria considerazione,  a volte le nostre campagne di informazione sono state boicottate. Ora che il caso è venuto alla ribalta iniziano a divulgare le notizie. Quando la Laogai Research Foundation portava e porta a conoscenza i fatti dove erano e dove sono i giornalisti?

Laogai Research Foundation,20/06/2015

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