Resta un mistero la malattia che svuota i villaggi cinesi

Cambiare aria, come unica via di salvezza. Grazie a uno stanziamento governativo di 240 milioni di dollari per i prossimi cinque anni, interi villaggi della Cina centrale e del Tibet a est di Lhasa, verranno svuotati e rasi al suolo, perché inospitali, «infetti». Infetti; da che cosa? Non si sa, nonostante che si studi il rebus da quindici anni e si sia tentato di tutto; in 14 province nella fascia centrale dello sterminato Paese, dal 30 al 60 per cento della popolazione soffre fin dall’infanzia (l’ esordio è a cinque anni circa) di un’ artrite che gonfia e deforma le articolazioni dei gomiti, dei polsi, delle ginocchia e delle caviglie. Portando a un arresto della crescita, soprattutto degli avambracci, e a difficoltà di movimento per il dolore e l’ingrossamento delle giunture. La migrazione imposta dal governo già dal 1995 in cinque province e che nell’ arco degli ultimi due anni ha allontanato da Shaanxi, una delle località più colpite, oltre 85.000 persone, ricorda esodi biblici. Non a caso questa strategia radicale è stata criticata aspramente per il disorientamento che sta creando nella popolazione anziana. Ma siamo davvero di fronte a un rompicapo: ne sa qualcosa Françoise Mathieu che, capitata per caso a Lhasa nel 1992, vide nelle campagne circostanti dozzine di persone piccole, con strane deformazioni della braccia e delle gambe, dolorose, che impedivano loro di muoversi. La fisioterapista belga, oggi cinquantenne, che nel 1986 entrò a far parte di Médecins Sans Frontières, l’ organizzazione che dal 1971 gestisce aiuti medico-umanitari, rimase così colpita da questa povera gente – «non avevo mai visto prima qualcosa di simile» racconta – da dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una soluzione. Quando Médecins Sans Frontières nel 2002 si è ritirata dal Tibet, Françoise Mathieu ha creato una fondazione per la cura della malattia in quella regione, la Kashin-Beck Disease foundation. Ma la soluzione era (e resta) difficile. La malattia fu descritta per la prima volta a metà dell’ Ottocento da un medico cosacco, Nikolai Kashin, in Siberia, nell’ area ad est del lago Baikal, e documentata nel 1909 da un altro medico cosacco, Eugeny Beck. Da loro il nome della patologia, di cui arrivarono poi notizie dalla Corea del Nord e dalla Cina, dove veniva chiamata da gu ji bing, la malattia delle giunture grosse. Una vera piaga: stando alle stime del Centro cinese per il controllo delle malattie colpisce ancora oggi un milione di persone. Ma c’ è chi sostiene che sfiori i due milioni e mezzo perché non è scomparsa in Russia e nella Corea del Nord, anche se le migliorate condizioni di vita ne hanno ridotto l’ incidenza. La caratteristica più strampalata dello strano morbo è il fatto di essere puntiforme: colpisce un villaggio e risparmia quello a tre chilometri di distanza, dove apparentemente le condizioni di vita e l’ alimentazione sono identici. Unico punto fermo: si tratta sempre di popolazioni rurali e povere. Quindi l’ origine deve essere per forza carenziale, si disse fin dall’ inizio. A questi bambini viene a mancare qualche fattore nutriente indispensabile per la salute della cartilagine, si ragionò di conseguenza. Nella Kashin-Beck, il problema è l’ alterazione delle fibrille della cartilagine e con questa la perdita di elasticità fino alla morte dei condrociti, le cellule che la costituiscono. Il primo sospettato fu il selenio, la cui carenza facilita l’ artrite (l’ ha dimostrato uno studio dell’università della North Carolina sulle donne americane): in effetti in parecchie zone del Tibet e della Cina centrale si registra un un suo deficit. Ma la stessa Mathieu ha poi scoperto che bassi livelli del minerale sono presenti in bambini colpiti dal Kashin-Beck quanto in altri del tutto sani. Si è puntato allora sull’ ipotesi climatica: nelle aree più colpite, Gansu, Quinghai, Shaanxi, Sichuan, l’ aria fredda continentale si mischia a quella umida proveniente dall’ oceano Pacifico creando un ambiente insalubre. Ideale per la crescita di funghi, con le loro micidiali micotossine. E in un tipico ingrediente dei piatti tibetani, la tsampa, una specie di «dado» fatto di farina e orzo, di queste sostanze se ne è trovate a volontà. Ma anche questa ipotesi si è «sgonfiata» quando ci si è accorti che molti villaggi ad alto consumo di cereali contaminati, sono disease free. Come ultima spiaggia, non poteva mancare la ricerca del «gene» malato. Non è stato facile convincere le autorità cinesi che portare negli Stati Uniti frammenti delle unghie dei piedi delle persone malate non metteva a rischio la sicurezza del Paese. Ora, in un laboratorio della North Carolina si sta analizzando il Dna estratto da questi campioni. Intanto Françoise ha completato una ricerca su 1000 bambini tibetani dai 3 ai 10 anni, ai quali è stata data per tre anni una dieta arricchita di iodio, selenio, manganese, zinco, vitamine A, C e E. Convinta che la cura sia un’ alimentazione più ricca (e non solo di selenio), non la migrazione. Chi avrà ragione? I risultati dello studio saranno noti alla fine dell’ anno.

Franca Porciani fporciani@corriere.it, Il Corriere della Sera 21 giugno 2009

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