«Reshoring», così riparte la manifattura Usa e crea opportunità anche per le imprese italiane

NEW YORK – All’appuntamento a Denver con il Manufacturing Summit organizzato da Walmart, a metà agosto, quest’anno si sono assiepate decine di aziende e di enti locali.

Lontano dai riflettori, ma nel cuore della rinascita della manifattura americana, hanno esibito il loro know-how innalzando padiglioni e discusso contratti e opportunità di produzione strettamente “made in Usa”. Il colosso dei grandi magazzini ha messo in palio a questa sua speciale fiera annuale della manifattura nuovo business, 50 miliardi di dollari di forniture nei prossimi dieci anni.

A migliaia di chilometri di distanza un mobilificio della Virginia, Bassett Furniture, viene oggi immortalato da un libro che ne racconta la saga, “Factory Man”. Come è sopravvissuto alle lusinghe del trasferimento dell’attività in Asia, ha combattuto a vinto una causa anti-dumping contro rivali cinesi, ha investito in innovazione e nuovi macchinari. E alla fine ha salvato, con se stesso, la sua vicina e omonima cittadina.

L’industria americana grande e piccola, nota e meno nota – parte essenziale di una riscossa economica del Paese che ha visto il Pil crescere del 5% nel terzo trimestre del 2014 – può celebrare Natale e Capodanno reduce da simili successi di “reshoring”, di ritorno e rilancio in patria delle proprie imprese, non solo manifatturiere.

Il reshoring, che interessa ormai nomi che vanno da Whirlpool a Ford e General Electric, ha raggiunto nuove vette nel 2014: una stima complessiva ha contato ormai oltre 300 casi di ritorno a casa, quintuplicati in tre anni; erano stati soltanto 64 nel 2011. Settori quali elettronica e trasporti trainano oggi il fenomeno e tra i nuovi protagonisti si conta anche l’abbigliamento di fascia alta, dato per perduto. Di più: il 2014, dopo decenni di offshoring, dovrebbe essere l’anno del pareggio anche sotto il profilo occupazionale, tanti posti di lavoro rientrati in patria quanti esportati all’estero.

La maturazione del fenomeno ha cancellato entusiasmi facili e eccessivi. L’impatto economico del rimpatrio resta circoscritto. Un indicatore netto del trend, il Reshoring Index di AT Kearney, è scivolato di 20 punti tra il 2013 e il 2014: vale a dire che se sono aumentate le aziende di ritorno è lievitato ancor più il numero di coloro che esportano attività fuori dai confini. Con la Cina, gli Stati Uniti hanno un deficit di 3,2 milioni di posti di lavoro – eliminati o trasferiti – tra il 2001 e il 2013, secondo i calcoli dell’Economic Policy Institute.

Il reshoring reale e non trasformato in mito assomiglia così spesso a quello, articolato, di Stanley Black & Decker. Da un anno ha aperto un impianto a Charlotte in North Carolina per l’assemblaggio di trapani elettrici e altri attrezzi che prima erano costruiti all’estero. Ma le componenti oltre ai materiali tuttora e più che mai arrivano da oltreconfine.

«Se è vero che la tendenza al reshoring ha aiutato a migliorare l’umore nel settore manifatturiero statunitense dopo la Grande Recessione – ha indicato Pramod Gupta, co-autore del rapporto Kearney – la realtà dei fatti è che il valore d’importazione dei manufatti da 14 Paesi asiatici a basso costo è aumentato dell’8% in media negli ultimi cinque anni». Superando, cioè, il 6% di incremento messo a segno invece in media dall’output industriale degli Stati Uniti. I 14 Paesi patria della fuga del manifatturiero americano comprendono, oltre alla Cina, l’India, La Thailandia, il Vietnam, come anche aree più sviluppate quali Singapore e Hong Kong.

La Reshoring Initiative, associazione presieduta da Harry Moser e dedita alla “mappatura” del trend, sottolinea tuttavia come proprio il 2014 si appresti a diventare l’anno del pareggio occupazionale tra offshoring e rimpatrio e della conferma dei progressi industriali statunitensi.

Dieci anni or sono la stima era di una fuga annuale di 150mila impieghi verso Paesi a bassi costi di produzione. Moser ammette che «il reshoring non darà vita a un milione di posti l’anno prossimo» e non ribalterà da un giorno all’altro un’emigrazione che dura da 60 anni. Non è però effimero, fondato com’è su un recupero di competitività dell’economia americana, inclusa una diminuzione delle differenze salariali con i Paesi asiatici (i compensi in Cina salgono del 15% l’anno), e sul vantaggio creato dal calo dei costi dell’energia grazie al boom dell’estrazione domestica di petrolio e gas.

I settori protagonisti del reshoring, stando allo stesso studio di AT Kearney, sono sempre più diversificati. Comprendono anzitutto le attrezzature elettriche, gli elettrodomestici e la componentistica che assieme rappresentano il 15% dei casi.

I trasporti a loro volta hanno una quota del 15%. Ma anche l’abbigliamento, finora dato per perduto, vanta il 12%. E l’hi-tech, con aziende come Apple e Tesla. Una riscossa che non è miracolosa, ma che lascia ormai una traccia indelebile nella ripresa economica statunitense

di Marco Valsania, Il Sole24 ore,7 gennaio 2015

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