Rebiya Kadeer: “Pechino ha lanciato una nuova repressione contro gli uiguri”

Per contrastare ogni moto indipendentista e tenere lontano dal proprio territorio l’ondata democratica che sta attraversando Medio Oriente e Africa settentrionale, la Cina ha lanciato una nuova campagna di repressione contro la minoranza etnica degli uiguri. A lanciare l’allarme è Rebiya Kadeer, uno dei volti più noti della dissidenza cinese, che durante un incontro con i parlamentari australiani ha denunciato “nuove e violente misure repressive” contro la minoranza, che vive nella provincia settentrionale del Xinjiang. Secondo la Kadeer – invitata a parlare in una Commissione parlamentare di Canberra nonostante le obiezioni di Pechino – la Cina “ha paura di quello che sta accadendo nel mondo. I moti di Tunisia ed Egitto fanno tremare di paura il regime, perché si rende conto che i popoli oppressi a un certo punto si alzano in piedi e combattono per un mondo migliore”. Va considerato inoltre che gli uiguri sono un’etnia turcofona, che si definisce “quasi mediorientale” e che nomina il proprio territorio “Turkestan orientale”. In effetti per lingua, aspetto fisico, religione e costumi gli uiguri non hanno assolutamente nulla a che vedere con gli han, etnia predominante nel Paese. La Kadeer, più volte arrestata e condannata persino a morte dal governo centrale di Pechino, nega di essere un’indipendentista, ma combatte per la preservazione della lingua e della cultura uigura, che la Cina vuole invece distruggere. La visita in Australia ha fatto infuriare l’esecutivo cinese, che già nel 2009 aveva chiesto a Canberra di non concederle il visto definendola “una pericolosa separatista”. Secondo il Partito comunista è stata lei a fomentare le rivolte del luglio 2009, quando a Urumqi – capitale dello Xinjiang – gli uiguri si sono scagliati contro gli han chiedendo più autonomia. Per la Kadeer, “la Cina ha cambiato le sue tattiche ma non il desiderio di distruggere tutto ciò che è uiguro. In nome dell’assimilazione, che per loro è il massimo del desiderio, stanno facendo a pezzi la libertà religiosa del popolo, le identità culturali, la libertà di parola e quella economica”.

Fonte: Asia News, 24 marzo 2011

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