La questione ancora aperta del Tibet

La libertà del popolo tibetano dallo stritolamento cinese, è stata al centro di una conferenza, tenutasi negli scorsi giorni ad Amburgo, a cui hanno partecipato più di 70 persone, provenienti da dieci paesi, che ha visto tibetani e intellettuali cinesi, numerosi scrittori e attivisti per creare un “terreno comune” su cui operare, per aprire la strada alla risoluzione della questione tibetana, tenendo in primo piano, i principi del dialogo e della riconciliazione.

Gyaltsen, che rappresenta l’Amministrazione Centrale Tibetana (Cta) ed è espressione del Governo Tibetano, in esilio in India, durante i lavori della conferenza, ha dichiarato: “La triste situazione del Tibet, rappresenta un terreno fertile per la violenza e lo spargimento di sangue. Il rancore, la disperazione e l’emozione, sotto la pressione di continue violazioni da parte della Cina, potrebbero un giorno esplodere al di là di ogni controllo”.

Riconciliazione del popolo tibetano con quello cinese, ma seguendo la via della non violenza, della giustizia e della libertà; una sfida che non sarà facile vincere. Alla conferenza di Amburgo, era presente anche il Dalai Lama, il leader buddista che ha nuovamente espresso il desiderio di visitare la Cina, facendo riferimento, in particolare, a Wu Tai Shan, una delle quattro montagne sacre del buddismo.

Il Dalai Lama nel suo intervento, ha respinto l’idea della violenza, ricordando i tragici fatti del 1989, con la repressione della protesta a Piazza Tienanmen, incoraggiando “i fartelli e ele sorelle cinesi a trovare una soluzione con i fratelli e le sorelle tibetani”. Il governo tibetano è in esilio dall’occupazione cinese del Tibet, avvenuta negli anni 1949/50, considerata come atto arbitrario e illegale.

La Repubblica Popolare Cinese, invece, insiste nel ribadire “che i suoi rapporti con il Tibet sono un suo affare interno poiché il Tibet è ed è stato per secoli parte integrante della Cina”.

La questione tibetana è dunque una “questione legale” e la Cina non rivendica diritti di sovranità sul Tibet, ottenuti con l’occupazione armata negli anni tra il 1949 e il 1950 perché “rifiuta categoricamente, in quanto illegale, ogni rivendicazione di sovranità basata sulla conquista, l’occupazione o l’imposizione di trattati ingiusti avanzate da altri stati”. Per la Cina, il Tibet è sempre stato cinese da quando è entrato a farne parte, 700 anni fa.

I distaccamenti cinesi sono in ogni provincia, nelle prefetture autonome e nella regione Autonoma Tibetana (TAR) della Cina Continentale. Il governo di questi “subordinati” al Partito cinese, ne esegue le direttive e dunque non esiste una reale autonomia, si tratta di satelliti, i cui Dipartimenti e Comitati lavorano con gli uffici nazionali di Pechino ed in particolare, l’autonomia della Regione Autonoma Tibetana, è addirittura inferiore a quella delle altre province cinesi.

Un esempio, è dato dal fatto che mai ci sia stato un Segretario del Partito cinese, che fosse tibetano. Inoltre, il Tibet è presidio militare cinese perché qui sono di stanza circa 250 mila uomini, “un contingente militare di occupazione”, con poliziotti e soldati, che girano spesso in abiti civili e svolgono azione di controllo del territorio.

Il Partito Comunista Cinese, ha perfezionato il sistema di controllo sul Tibet e dagli anni ’90 ha creato “quadri dirigenti fedeli alle sue direttive”, che non si lasciano sfuggire nulla, neanche le zone rurali; per mettere a tacere idee di separatismo e manifestazioni di sostegno al Dalai Lama e al Governo tibetano in esilio.

Il messaggio lanciato alla recente conferenza di Amburgo, riporta all’attualità una scottante situazione di controllo di uno stato da parte di un invasore.

E il desiderio di favorire un dialogo di pace e di non violenza in un Tibet, che è occupato militarmente, potrebbe apparire fuori da ogni logica reale. Ma nella linea seguita dal buddismo, la riconciliazione, passa attraverso un confronto alla pari ed un’apertura verso l’altro, che non viene considerato inferiore ma trattato con dignità e rispetto di avversario, per giungere ad una soluzione di civile convivenza, che non elimini l’uno a vantaggio dell’altro.

In effetti, se si riflette bene, questa strada in un mondo dilaniato da conflitti e strategie di potere applicate mediante l’uso della violenza, sembra molto lontana dal dare i propri frutti, eppure oggi, la vera rivoluzione sta nel tentare quelle vie che a molti appaiono impopolari e impraticabili.

Blogtaormina,31/08/2014

English version:

 Central Tibetan Administration September 1, 2014, click here: «Resolution of Tibet issue relevant to China’s future»

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