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Quattro cinesi sfruttati in un laboratorio clandestino

I carabinieri della compagnia di Brescia non immaginavano cosa si sarebbero trovati davanti. In via Luciano Manara ci erano andati per un normale controllo nell’ambito della lotta all’immigrazione clandestina. L’appartamento al piano terra era di un italiano che lo aveva affittato a un cinese. Il controllo riguardava l’asiatico. Che, però, quando i militari sono arrivati non c’era. È in Cina. In compenso c’erano altri suoi connazionali intenti a lavorare. Quel piano terra è un laboratorio clandestino. Ecco cosa hanno trovato i carabinieri. Non l’alloggio di un immigrato, ma un’aziendina tessile al lavoro giorno e notte. Alle dieci macchine per cucire, quattro giovani cinesi che tessevano instancabilmente biancheria intima, magliette e pantaloni: tre uomini di 45, 41 e 30 anni e una donna di 35 anni. Del loro «padrone» nessuna traccia. Quando sarà ritracciato dovrà rispondere di favoreggiamento e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Ma per ora è «salvo» al suo paese. In via Manara aveva impiantato una ditta in nero che impiegava manodopera irregolare. Tutto di nascosto dal fisco e dalle forze dell’ordine. È lui l’organizzatore, non c’entra l’italiano proprietario di quei vani, assolutamente all’oscuro di quanto vi avveniva.
IL 43ENNE cinese aveva sottoscritto un regolare contratto di locazione. Per meglio tenerli in pugno, dai quattro impiegati si era fatto consegnare i documenti. E li aveva trattenuti. Così, quando hanno fatto irruzione i carabinieri del capitano Donato D’Amato e hanno chiesto loro di mostrarli, non hanno potuto farlo. Sicché si sono beccati una denuncia per mancata esibizione dei documenti d’identità.
L’appartamento era spoglio. Muri bianchi e banchetti con le dieci macchine per cucire. Sedie sparse qua e là. Rocchetti allineati sulle mensole e maglie e calzoni agli appendini. A terra numerosi scatoloni di cartone e pezzi di stoffa. Una lattina di birra e un termos per alleviare la sete. Così si è presentato il laboratorio agli occhi dei militari.

Eugenio Barboglio

Fonte: Brescia Oggi, 20 febbraio 2011