Quando Mao dava la caccia ai cattolici

E’ da poco l’alba del 28 maggio 1952 nella città di Jingang, provincia interna dello Henan, quando i missionari cattolici del Pime, che resistono da anni alle pressioni del nuovo governo maoista, vengono condotti, rivoltelle spianate alle spalle, al giudizio popolare. Sono padre Brugnetti e fratel Luigino. «Vengono trascinati sul palco e pesantemente legati per ammansire la folla degli studenti, chiamati per le urla di prammatica; i cristiani, obbligati tutti a parteciparvi, assistono addolorati alla disgustosa scena».

Padre Brugnetti e fratel Luigino sono falsamente accusati di avere percosso due bambini. Le autorità comuniste prima costruiscono le testimonianze e poi se ne servono per aizzare la folla. È una messa in scena politica, e non a caso si svolge su un palco dove da un lato ci sono i «colpevoli», dall’altro sfilano i testimoni che devono recitare la loro parte. «Tutti leggono le accuse preparate e distribuite nelle congreghe riformiste: devono piangere e inveire con battiture contro i due, legati, per tre ore sotto il sole e a capo scoperto. Fratel Luigino, per debolezza, non regge e cade bocconi a terra: forse in vista di ciò, ma più per timore di complicazioni, il giudice mette fine alla barbara pantomima, facendo ricondurre in città i due eroi. Fuori delle mura vengono slegati e sono accolti nella nostra famiglia con ammirazione».

Il racconto è di padre Angelo Lazzarotto, nel libro La Cina di Mao processa la Chiesa (ed. Emi, pp. 528, euro 20), un lavoro accurato e meticoloso che ricostruisce la repressione dei cattolici in Cina tra la fine degli anni 40 e la fine degli anni 50. Lo fa attraverso il racconto dei missionari del Pime. Dietro la loro vicenda si staglia l’evoluzione politica del Paese, le sue vicende interne e internazionali.

Schiacciati sotto una montagna di pressioni, i preti del Pime sono perseguitati, arrestati più volte, sottoposti a pesanti e umilianti interrogatori, torture psicologiche. Sono chiusi in celle senza finestre, con luci che si accendono e spengono agli orari più balordi, per indurre una confusione della veglia e del sonno che rende più deboli, trascina verso la pazzia e indebolisce le difese di fronte agli interrogatori.

Eppure non è tanto la denuncia di questi orrori, quanto il tormento spirituale ciò che più fa soffrire i cattolici cinesi, che, come scrive monsignor Claudio Celli nella prefazione, «chiedono alle autorità solamente di garantire loro di poter godere di un sempre più pieno esercizio della loro fede, nel rispetto di un’autentica libertà religiosa».

Le pagine più dolorose arrivano quando le pressioni sui preti si allentano e comincia una progressiva manovra delle autorità per allontanare i cattolici cinesi dal Papa. È lo spettro dello scisma che spaventa più della persecuzione. Lo scopo viene raggiunto tagliando le comunicazioni con Roma, reclutando tra i cattolici elementi «patriottici» disposti a lavorare con Pechino contro i sacerdoti abbarbicati nella difesa della fedeltà al Papa. Il punto cruciale è la nomina dei vescovi che via via viene strappata al Vaticano e consegnata a una nuova organizzazione che dipende dal partito, l’Associazione cattolica patriottica.

Sono queste le pietre angolari del dramma che ancora tormenta i rapporti tra Cina e Santa Sede. A Roma c’è chi teme che le aperture di oggi siano solo apparenza e le vecchie logiche totalitarie degli anni 50 siano ancora attuali. A Pechino temono che la Santa Sede abbia scopi politici più vasti dietro la difesa della libertà di fede, che il Papa intenda minare il potere del Partito comunista. Ma al di là di queste profonde diffidenze ci sono oggi elementi molto diversi rispetto agli Anni 50. I canali tra cattolici locali e Vaticano sono apertissimi, tanto è vero che a Roma arrivano dalla Cina tonnellate di lettere e messaggi che raccontano nel dettaglio cosa avviene in ogni diocesi, in ogni parrocchia.

Eppure molti dei vecchi attori sono ancora presenti. C’è l’odio di quei cattolici che pur di non rinunciare alla loro fede diventarono clandestini, verso i confratelli che invece collaborarono con i comunisti. C’è ancora il potere dell’Associazione patriottica. Non è chiaro come si possono riconciliare queste ferite passate con le prospettive di un nuovo futuro. Forse occorre riannodare tutti i fili, come cerca di fare il libro di Lazzarotto. Oppure si tratta di lasciarsi tutto alle spalle, come se non fosse accaduto.

Così per esempio ha fatto Sidney Rittenberg, classe 1921, primo membro del Partito comunista cinese nato in America. Rittenberg ha vissuto 35 anni in Cina, di cui 16 rinchiuso in isolamento, falsamente accusato di essere una spia. Oggi è diventato una leggenda, idolatrato dal governo perché non recrimina sui torti subiti, ma li racconta con leggerezza, come frutto dei tempi passati. Forse è questa anche la via dei cattolici in Cina.

Francesco sisci, La Stampa 4 Febbraio 2009

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