Protesta di Amnesty International. Thailandia succube della Cina.

Bangkok – Il nome di Joshua Wong ha creato non pochi grattacapi alla Giunta militare che detiene il potere dittatoriale in Thailandia.Tutto poteva diventare oggetto di controversia diplomatica alquanto difficile da gestire tra Thailandia, Hong Kong e Cina.

Il blogger di Hong Kong – seppur giovanissimo – ha un seguito notevole, la sua campagna per i diritti in tema di libertà di pensiero nella sua Madre Patria – Hong Kong – gli son valsi ostracismi di non poco conto da parte dell’establishment politico soprattutto quello filo-cinese. Joshua Wong si era recato in Thailandia per poter parlare ad un folto uditorio composto in prevalenza da giovani thailandesi, riuniti in occasione delle rimembranze della violenta repressione delle proteste studentesche del 1976 dovute agli interventi delle forze di polizia, militari e paramilitari. Ebbene, è stato posto agli arresti, zittito, riportato in aeroporto affinché fosse reimpatriato ad Hong Kong.

La questione relativa alla libertà di idee in epoca di dittatura militare è sempre stata spinosa, come abbiamo potuto verificare, ogni volta che si è assistito alla compresenza di questi due fattori, durante il periodo della Spagna franchista, nel corso delle dittature militari sudamericane negli Anni ’70, nei Paesi dell’Est Europa durante la Guerra Fredda ed il comunismo sovietico, così come durante le dittature fascista e nazista. In Thailandia le cose non vanno diversamente, sebbene la veste estetica della giunta militare thailandese attuale appaia parecchio più ‘soft’ rispetto alle altre forme accennate ed anche rispetto all’aspetto assunto dalle dittature militari precedenti nella stessa Thailandia. Fin dal suo insediamento, la Giunta capeggiata da Prayuth Chan ocha è stata dipinta come la soluzione meno dolorosa (persino auspicata da una parte della società thailandese) per le violenze che avevano funestato la lotta politica thailandese, con tanto di morti, feriti, esplosioni, violente proteste in piazza, repressioni e persino cecchini sui tetti dei palazzi nella Capitale Bangkok.

Non molto tempo dopo, però, tutti in Thailandia hanno cominciato a realizzare che la tempistica della dittatura militare attualmente al Potere sarebbe stata parecchio diversa da quanto ventilato inizialmente: non si trattava solo di tenere a bada i due contendenti inferociti, né di prendersi il tempo che serviva giusto per indire nuove elezioni. Alla luce di una specie di hashtag del tipo «se non si raggiunge la vera pacificazione, noi non ce ne andiamo e manteniamo il Potere proprio per proteggere il Popolo e la Nazione thailandese» i militari di Prayuth Chan ocha hanno via via occupato il Parlamento, addormentato il dibattito in ogni tipo di settore della vita nazionale -politica e società comprese- messo tutto in naftalina, prendendosi anche ampio tempo per progettare una revisione costituzionale fortemente vantaggiosa per gli stessi militari e che -passata attraverso la cruna di un referendum parecchio discutibile- ha oggi il crisma della approvazione nazionale. Nel frattempo, il Paese è fermo, il Regno del Siam è sospeso anche nello sviluppo economico, non va avanti né indietro, mentre i suoi diretti competitor nell’area, compresi Vietnam, Laos, Cambogia (per non parlare di competitor classici come Corea del Sud, Giappone, Indonesia, Cina e India), crescono progressivamente sottraendo quote di mercato in special modo nell’ambito della forza lavoro disponibile e delle materie prime. Finora la Giunta militare ha dimostrato poca dimestichezza nel maneggiare la materia economica e finanziaria, è sembrata finora lasciare andare le così come stanno, così si è più semplicemente concentrata sul reprimere la libera espressione di idee, anche all’ombra dell’ormai tenutissimo reato di “lesa maestà”, per il quale non solo giornalisti ma un po’ tutte le classi lavoratrici e di pensiero sono stati passibili di arresto e detenzione.

 

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