Principio di ingerenza umanitaria e principio di non interferenza

L’invito di recente rivolto alla Cina dal presidente Obama a rendersi disponibile alla soluzione dell’annosa questione del Tibet ricorda il conflitto tra due principi: il principio di ingerenza umanitaria ed il principio di non interferenza negli affari interni degli Stati che consiste, in sostanza, nel principio di sovranità.

L’invito di recente rivolto alla Cina dal presidente Obama a rendersi disponibile alla soluzione dell’annosa questione del Tibet nonché la visita del Dalai Lama a Roma in occasione del Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, ricorda alla comunità internazionale che nel rapporto fra gli Stati sovrani esiste un conflitto in atto, ormai storico, fra due “massimi sistemi” (rubando l’espressione a Galileo Galilei) ossia fra due principi : il principio di ingerenza umanitaria ed il principio di non interferenza negli affari interni degli Stati che consiste, in sostanza, nel principio di sovranità.

Quest’ultimo trova la sua origine nei trattati di Westfalia del 1648, alla fine della guerra dei 30 anni. Fu stabilito allora la regola “cuius regio, eius religio” quella cioè che ogni Stato ha il diritto di darsi il proprio ordinamento etico-politico senza alcuna ingerenza da parte di altri Stati. Henry Kissinger sosteneva che da tale sistema si sta passando ad una nuova fase ancora in gestazione, quella, appunto di “ingerenza umanitaria“.

Questo è antitetico a quello di sovranità in quanto afferma che quest’ultimo, circa il rispetto dei diritti fondamentali, deve subire alcune limitazioni e gli Stati devono consentire un’ingerenza attiva nei loro affari interni da parte della comunità internazionale. I diritti umani non tollerano confini nazionali (in quanto sono universali) e costituiscono il progetto di obbligare gli Stati ad essere giusti nei confronti dei propri cittadini; la loro protezione si pone quindi come un limite al loro potere assoluto.

Le fonti di legittimità del principio, dal punto di vista del diritto positivo, sono diverse a seconda del campo in cui esso trova concreta attuazione; così, ad esempio, nel sistema di tutela giurisdizionale individuale dei diritti dell’uomo, il fondamento normativo è costituito dalle stesse carte dei diritti (es. la CEDU) e dalle dichiarazioni successive con cui gli Stati firmatari, rinunziando a quote della loro sovranità, hanno accettato la giurisdizione degli organi internazionali.

Nel sistema di sicurezza collettivo, previsto dalle Nazioni Unite, le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza nei confronti di minacce alla pace o di atti di aggressione, le quali comprendono anche l’uso della forza, trovano un fondamento normativo nel capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il diritto di ingerenza è stato inoltre espressamente ribadito nel documento conclusivo della OSCE, firmato a Mosca nel 1991. Esso tende, altresì, a trovare un fondamento nel diritto consuetudinario che si è formato a protezione di un nucleo importante di diritti umani, avente la forza giuridica di “ius cogens“, ossia di quei principi dotati di una forza particolare, in quanto non possono essere derogati da trattati o da altre norme consuetudinarie. Essi primeggiano su qualsiasi interesse nazionale e consistono essenzialmente nel divieto delle cosiddette “Gross Violations” cioè delle gravi violazioni dei diritti dell’uomo quali il genocidio, la tortura, i trattamenti crudeli e degradanti dei prigionieri, le pulizie etniche, le esecuzioni di massa, etc.

I diritti umani protetti da norme cogenti di diritto internazionale non possono, in conclusione, appartenere al dominio riservato degli Stati, ossia al principio di sovranità, anche per il carattere di universalità loro attribuito dalle carte internazionali. Il contrasto tra i principi di sovranità ed ingerenza domina attualmente la scena internazionale come dimostrano, ad esempio, i passati conflitti nei Balcani, nonché i conflitti in Iraq ed Afghanistan, la situazione del Tibet e della Cecenia etc.

Il diritto-dovere di ingerenza, peraltro, dovrà essere necessariamente codificato e precisato nei suoi confini; in particolare dovrà essere modificato il capo VII della carta dell’ONU. Ciò perché può trasformarsi pericolosamente in una nuova forma di politica di potenza da parte di nazioni emergenti della comunità internazionale.

Di recente all’ONU è stato affermato il principio di responsabilità degli Stati nella protezione dei diritti fondamentali. Il sistema di protezione può essere attuato anche mediante un metodo “non violento” con soluzioni diplomatiche oppure con la via indiretta della convenienza economica mediante accordi commerciali contenenti clausole vincolanti di rispetto dei diritti umani. Dette clausole ora ci sono, ma sono diventate clausole di stile, cioè quasi sempre una fictio. La soluzione diplomatica si stava rivelando invece quando Saddam Hussein, con l’assicurazione di impunità e di altri cospicui vantaggi, nonché con l’assenso quasi unanime degli Stati arabi, era stato convinto alla via dell’esilio, come ricorda spesso Marco Pannella. Tuttavia alla fine Bush ruppe gli indugi e scatenò la guerra.

Bisogna sottolineare infine che i sostenitori della real politik sono, purtroppo, estremamente parsimoniosi nell’uso del principio di ingerenza a favore di una “ragion di stato” che, ai limiti del cinismo, preferisce soprassedere su temi scottanti quali le violazioni dei diritti (basti pensare all’inquietante quanto cordiale “campeggio” di Berlusconi e D’Alema sotto la tenda di Gheddafi; o le visite di cortesia con “l’amico Putin”) per non inficiare rapporti ed accordi commerciali già in atto con concetti di scarsa rilevanza economica quali sono i diritti fondamentali della persona. (di Vincenzo Vitulli)

Fonte: Agenzia Radicale, 20 novembre 2009

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