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Prigioni illegali nel cuore di Pechino

Human Rights Watch denuncia: il governo rapisce dalle strade i dissidenti e coloro che presentano petizioni, e li rinchiude in stanze d’albergo o ospedali psichiatrici senza processo. Sui detenuti, violenze e intimidazioni. Fra i prigionieri vi sono pure preti cattolici e vescovi.

Il governo cinese “utilizza un alto numero di centri di detenzione illegali, conosciuti come le ‘prigioni nere’, dove i cittadini vengono tenuti chiusi per mesi senza processo o accuse formali. Fra questi centri ci sono alberghi statali, ospedali psichiatrici o case di accoglienza”. La denuncia è stata fatta questa mattina dall’Organizzazione non governativa Human Rights Watch, che ha pubblicato un rapporto sul tema dal titolo “Un viale verso l’inferno”.

Fra coloro che finiscono in questi centri di detenzione illegale vi sono coloro che vanno a Pechino per presentare le proprie petizioni: si tratta di una pratica, sulla carta incoraggiata dal governo centrale, con cui i cinesi possono denunciare abusi di potere da parte delle autorità locali. In realtà, soprattutto nell’ultimo anno, l’esecutivo della capitale ha lanciato una campagna contro questi concittadini che chiedono giustizia.

Ma le “prigioni nere” sono usate anche per tenere sotto chiave i dissidenti e le personalità religiose, soprattutto in occasione di anniversari che Pechino considera “politicamente sensibili”. Ogni anno, in occasione del 4 giugno [anniversario del massacro di piazza Tiananmen] i più famosi oppositori del regime cinese spariscono nel nulla, per riapparire quando l’attenzione è scemata. Quando si avvicinano le festività religiose, invece, sono sacerdoti e vescovi della Chiesa non ufficiale a finire chiusi in una stanza d’albergo.

Secondo il rapporto della Ong, le autorità rapiscono dalle strade coloro che finiranno nelle “prigioni nere”. Nel testo sono presenti 38 interviste ad altrettanti ex detenuti; uno di loro spiega: “Quando ho chiesto per quale motivo mi stessero arrestando, le guardie si sono avvicinate e mi hanno picchiato. Mi hanno detto che volevano uccidermi”.

Secondo Sophie Richardson, direttore di Hrw per l’Asia, “l’esistenza di queste prigioni nel cuore di Pechino si scontra con la retorica del governo centrale, secondo cui la Cina sta facendo dei miglioramenti nel campo dei diritti umani e dello stato di diritto”. L’esecutivo ha sempre negato la fondatezza di tali accuse, ma a volte persino i giornali controllati dal governo hanno denunciato l’esistenza delle “prigioni nere”.

Fonte: AsiaNews. 12 novembre 2009