Preoccupa l’attesa per l’espatrio di Chen Guangcheng

Cresce la preoccupazione fra gli amici di Chen Guangcheng, l’attivista cieco, per il ritardo con cui le autorità cinesi preparano la sua andata all’estero. Molti di loro affermano che il suo ricovero in ospedale dove egli è ricoverato è simile a degli arresti domiciliari. Il 40enne Chen ha vissuto per gli ultimi 20 mesi agli arresti domiciliari nella sua casa a Lin Yi, insieme a sua moglie e alla sua figlioletta, dopo aver già passato 4 anni e mezzo in prigione per aver rivelato aborti e sterilizzazioni forzati nello Shandong, accusando le autorità locali. Il 22 aprile egli è riuscito a fuggire da casa sua e a trovare rifugio nell’ambasciata Usa a Pechino. Da qui è stato sgombrato prima dell’inizio di alcuni dialoghi strategici ed economici fra il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e la controparte cinese. Chen è stato portato nell’ospedale di Chaoyang con la promessa di Cina e Usa di dare a lui un permesso e un visto per andare a studiare a New York. Ma a una settimana dal trasferimento in ospedale, dove Chen sta curando un piede ferito durante la fuga, non vi è alcun segnale di soluzione. L’ospedale di Chaoyang è circondato giorno e notte dalla polizia; Chen e la sua famiglia, finalmente riunita, non possono lasciare l’edificio; i sostenitori di Chen che vogliono andare a trovarlo vengono caciati dalla polizia. Alcuni, come l’avvocato per i diritti umani Jiang Tianyong, è stato interrogato per un giorno intero e “consigliato” di stare lontano da Pechino per i prossimi mesi. Ai rappresentanti Usa, che avrebbero dovuto vigilare di continuo sulla sua incolumità, non viene dato il permesso di visitarlo, come pure a molti giornalisti. In più, molti amici che volevano visitare Chen, sono stati presi e imprigionati. Chen riesce ad avere scambi di opinione e interviste usando il suo cellulare, che però è spesso bloccato. Ieri, in un’intervista con Afp, Chen Guangcheng ha chiesto ancora una volta al governo centrale di aprire un’inchiesta contro le autorità dello Shandong – dei quali egli ha fornito i nomi in un video – responsabili dei suoi arresti domiciliari, che continuano a minacciare e tenere imprigionati alcuni suoi parenti. “Il governo centrale – ha detto – deve provare che esso non è dietro le violenze da me subite nello Shandong…Ho detto loro che se non aprono l’inchiesta, tutti penseranno che essi lo avevano ordinato… Se invece essi puniscono quelli dello Shandong, allora la gente saprà che questo è stato voluto dai responsabili dello Shandong”.

Fonte: Asia News, 9 maggio 2012

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