Premiato medico dei trapianti cinese. Ma non c’è niente da festeggiare

Matthew Robertson, Epoch Times | 14/12/2015
Stando ai suoi difensori in Occidente avrebbe portato trasparenza in un sistema avverso alla chiarezza. Chi lo critica, lo accusa di aver lavorato per insabbiare un crimine di massa contro l’umanità. Si tratta di Huang Jiefu (Jeffrey Huang per i suoi amici medici occidentali), il medico cinese probabilmente più controverso al mondo.

Alcuni suoi sostenitori occidentali gli attribuiscono in toto la riforma del sistema dei trapianti in Cina: dalla squallida raccolta d’organi segreta dai detenuti, per volontà di Huang si sarebbe giunti alla «luce del sole» di un «sistema volontario basato sui cittadini».

Un recente fatto, in apparenza poco importante, merita considerazione: Huang, ex vice ministro della Sanità in Cina, è stato anche insignito del Premio Internazionale della Pace Gusi, un premio che viene consegnato da un imprenditore delle Filippine a personalità di spicco appartenenti a una lista di 19 Paesi (con tutta probabilità, all’inizio del mese Huang ha ricevuto anche il premio Wu Jieping Medicine Science Award, che ufficialmente ha un legame con il Premio Gusi).

Ma la realtà di Jeffrey Huang risulta alquanto diversa: la storia della riforma non regge (non esiste infatti nessuna legge che vieti l’uso degli organi provenienti dai prigionieri giustiziati, ed è ancora in vigore un sistema d’approvvigionamento segreto promulgato dal Ministero della Pubblica Sicurezza che consente l’utilizzo di questi organi asportati senza consenso) e le vecchie ombre, rese più oscure da nuove prove, tornano a incombere sul medico cinese.

Per i detrattori, d’altronde, Huang Jiefu è un maestro dell’inganno e dell’insabbiamento, oltre che un uomo inflessibilmente e assolutamente devoto al Partito Comunista. E lo vedono come l’artefice dell’immeritato riconoscimento della Cina da parte della medicina internazionale, sebbene il regime e i suoi ospedali militari continuino a prelevare senza sosta gli organi dai condannati nel braccio della morte e dai detenuti per motivi religiosi. Tensioni vecchie di anni, che sono sono a maggior ragione rese evidenti dai recenti riconoscimenti tributati a Huang, e anche dal dibattito se la Cina abbia o meno condotto una qualche riforma al proprio sistema di trapianti.

«Il dottor Huang è rimasto testardamente cieco nei confronti degli abusi connessi ai trapianti d’organi nel suo Paese. Ha respinto le responsabilità […] È indegno del premio», ha scritto David Matas, un importante avvocato dei diritti umani canadese.

Nel 2009 l’avvocato Matas ha scritto un libro diventato un documento fondamentale sul tema degli abusi dei trapianti in Cina: la sua opera, Bloody Harvest (letteralmente ‘Raccolta sanguinaria’, scritto in collaborazione con David Kilgour, ex segretario di Stato del Canada per l’Asia-pacifico), dimostra l’«elevata probabilità» che i praticanti del Falun Gong abbiano costituito da fonte di approvvigionamento per decine di migliaia di organi trapiantati. Matas ha anche dichiarato che il premio Gusi dovrebbe essere ‘ribaltato’; gli organizzatori del premio, sono risultati irraggiungibili e non hanno rilasciato quindi alcun commento.

Huang, e i suoi sostenitori in Occidente, non hanno dato peso alla ricerca e alle conclusioni di Matas, nè a quelle simili di altri autori.

RECORD DISCUTIBILE

Huang è ben noto come volto pubblico dell’industria dei trapianti d’organi in Cina, fin da quando intesseva molteplici relazioni con i medici stranieri; ma per anni è stato un chirurgo specializzato in trapianti di fegato che operava in un ambiente dominato dai peggiori abusi che si possano immaginare.

Arne Schwarz ha motivo di credere che il numero record di trapianti effettuati sotto la direzione di Huang non sia stato accompagnato da un comportamento corretto. Schwarz è un ricercatore indipendente dei diritti umani svizzero, ed è stato fra i primi a indagare sulle complicità del mondo occidentale nei trapianti abusivi in Cina, e ha sottolineato che il record di Huang include le prime ricerche sul trapianto di fegato negli anni 90, quando l’unica fonte di organi era costituita da prigionieri. Inoltre Huang ha partecipato personalmente a centinaia di trapianti di fegato in un periodo in cui gli unici organi disponibili venivano prelevati dai detenuti.

Alla luce di questo, Schwarz ha ragione di ritenere che si debbano nutrire molti dubbi nei confronti dell’etica professionale di Huang tanto riconosciuta a livello internazionale.

Per rafforzare l’idea di un comportamento dubbio da parte di Huang, Schwarz ha aggiunto tre punti: Huang, in qualità di vice ministro della sanità, è rimasto in silenzio per anni sull’approvvigionamento abusivo d’organi; poi in una replica memorabile a un giornalista dell’Australian Broadcasting Corporation aveva difeso il prelievo d’organi dai prigionieri sostenendo «Perché sei contrario?»; e infine per ultimo ha finto di non conoscere una disposizione del 1984 del Partito Comunista, che consentiva la raccolta d’organi dai prigionieri giustiziati.

Oltre a questo, l’ex vice ministro della Sanità ha costantemente ignorato gli appelli che chiedevano di autorizzare un’indagine indipendente in Cina, per verificare se fossero utilizzati i prigionieri di coscienza come fonti d’organo. Il netto divario tra il numero di trapianti d’organi eseguiti in Cina e il numero effettivo delle esecuzioni effettuate era già stato evidenziato da diversi ricercatori, giornalisti e gruppi di difesa al di fuori della Cina. La differenza è enorme: ufficialmente i detenuti giustiziati sono nell’ordine delle decine di migliaia, mentre negli ultimi 15 anni sono stati eseguiti centinaia di migliaia di trapianti.

DOMANDA SENZA RISPOSTA

Nei notiziari in Cina che hanno parlato del premio conferito a Huang Jiefu queste informazioni scomode non sono state riportate. Ma il sostegno fornito dalle organizzazioni fuori dalla Cina è meno chiaro.

Caixin, un giornale web di notizie finanziarie di tendenza liberale, ha citato una dichiarazione che era stata presentata dal Board of Councillors of the Declaration of Istanbul Custodian Group, una delle principali organizzazioni di trapianto internazionale, la cui missione dichiarata include il sostegno dell’etica medica in tutto il mondo: «Il coraggio della tua leadership nel chiedere la cessazione dell’uso d’organi dai condannati a morte è degno di lode. Attraverso i tuoi appelli, la Cina ha già ampiamente implementato un sistema volontario di donazione che fa affidamento sul cittadino, la qual cosa è in conformità con le norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità», ha espresso la nota.

In realtà la Cina non ha alcuna legge che vieta l’uso degli organi dei prigionieri nel braccio della morte. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne vieta l’uso e richiede anche un sistema trasparente per l’assegnazione degli organi.

L’avvocato dei diritti umani David Matas, coautore di un rapporto d’inchiesta sui prelievi forzati d’organi ai praticanti del Falun Gong in Cina, tiene in mano una copia della sua ricerca nel corso di un’audizione nel Parlamento canadese, il 29 maggio 2007. (Epoch Times)

Anche in questo caso, alla richiesta via e-mail al direttore esecutivo del Custodian Group, il dottor Francis Delmonico, di conferma del fatto che il Custodian Group avesse veramente pronunciato le sue congratulazioni, non è stata fornita una risposta. 

RITRATTAZIONE CONFUSA

Dall’inizio del 2015, la Cina avrebbe dovuto cessare completamente l’utilizzo di organi prelevati dai prigionieri; questo è stato il messaggio presentato alla comunità occidentale dei trapianti, che ha accettato. E in un forum tenuto presso il Parlamento Europeo ad aprile, il dottor Delmonico ha sostenuto che un’e-mail che il dottor Huang gli aveva inviato attestasse questo. Ma secondo il portavoce il Quotidiano del Popolo, media portavoce del Partito Comunista, a gennaio 2015 Huang Jiefu ha detto: «I condannati a morte sono anche i cittadini; la legge non li priva del loro diritto di donare i propri organi. Se il prigioniero è disposto a donare per espiare i propri crimini, questo dovrebbe essere incoraggiato».

Recentemente il New York Times aveva richiamato l’attenzione sulle contraddizioni tra le dichiarazioni rilasciate in Occidente e quelle pronunciate in cinese a un pubblico nazionale. Subito dopo le promesse di Huang, Epoch Times aveva già richiamato l’attenzione sui commenti e sulla problematicità che ne erano derivati.

Secondo il dottor Kirk Allison, professore dei diritti umani e di programma della salute presso l’Università del Minnesota, nel contesto di questa non-riforma e di domande senza risposta sulla vera fonte di molti organi per trapianti in Cina, il riconoscimento conferito al dottor Huang è stato immeritato: «Il suo piano e la sua intenzione di regolarizzare la fornitura d’organi dai prigionieri in un sistema di distribuzione elettronica, sono un passo indietro. Il fatto che siano una fonte d’organi, fa in modo che continui la dipendenza e la richiesta medica dalle esecuzioni», ha dichiarato in un’intervista telefonica il dottor Allison;  che continua: la mossa «maschera realmente la tracciabilità delle fonti e crea una domanda silenziosa per le esecuzioni in corso». «Penso che il modo in cui alcune persone nella comunità internazionale sono così impegnate nei confronti del problema cinese dei ​​trapianti, e nel tentativo di riformarlo, abbia portato alla tendenza ad applaudire a ogni minimo progresso. Ma indovini un po’? [il progresso, ndr] Si rivela sempre lo stesso. Penso che sia una disgrazia, non credo che sia particolarmente utile».

Fonte: Epoch Times, http://epochtimes.it/n2/news/funzionario-cinese-dei-trapianti-riceve-un-premio-ma-non-ce-niente-da-festeggiare-3041.html

Articolo in inglese: ‘Peace Award Given to Chinese Transplant Official, but Not All Celebrate

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