Prato, il tessile cinese è un mondo fantasma

La luce filtra solo dai piedi del portone. E’ una riga sottile, fioca. Un po’ più avanti lungo il muro, una ragazza minuta sta cucendo sull’uscio di un androne, seduta su una cassa di birra. Quando ci vede arrivare ci fissa sorpresa, abbozza un «ciao» persino ingenuo, si alza di scatto e rientra nella stanza socchiudendo la porta. Ce ne stiamo per un po’ immobili, sospesi, insieme a un collega, poi ci infiliamo dentro. Sostiamo qualche istante dietro un armadietto un po’ in penombra, accovacciati. Ma abbastanza per vedere dall’interno la pancia del laboratorio fantasma. Uno dei tanti da queste parti. Pavimento lucido dall’umidità, un tanfo acre. Buttate ai piedi delle cucitrici, allineate come piccole abat-jour, ci sono montagne di tessuto da cucire e tagliare alla svelta. Ad ogni banco uomini e donne cinesi vicini vicini. Ce ne saranno una cinquantina. Sono circa le undici.

La notte è lunga ma c’è da cucire un bel pezzo di quel milione di abiti che ogni giorno esce dal distretto cinese di Prato, 360 milioni l’anno. Abbigliamento donna trendy, iper economico: magliette a 3 euro, fuseaux a 2 e mezzo, camicette a 6. Di fattura rapidissima (abiti e pantaloni cuciti in 48 ore) e qualità assai scadente ma alla moda, tassativo. I cinesi di Prato controllano tutte le fasi del processo, questo è il segreto del successo insieme al nero e allo sfruttamento che si proietta da questi anfratti: dall’importazione di tessuto dalla Cina (a prezzi 10 volte inferiori a quelli made in Prato), al taglio della stoffa, alla cucitura, alla rifinizione degli abiti (stampa, bottoni, cerniere), alla tintura fino alla vendita sul mercato. Fino all’anno scorso le porte di questi stanzoni in estate restavano aperte. Dopo i blitz delle ultime settimane i cinesi hanno dipinto le vetrate e appeso tendaggi scuri per coprire i nuovi schiavi.

Si sentono nel mirino, così fanno girare sentinelle davanti ai laboratori per avvertire e tappare tutto. Sono circa 3500 le aziende censite in Camera di commercio, tra laboratori di produzione in conto terzi, le aziende più grandi dei confezionisti Pronto moda e quelle di servizio. Ma potrebbero essere molte di più perché i cinesi hanno il vizio di spacchettare spesso e un capannone un mese dopo potrebbe esser diventato tre o quattro capannoncini. Lungo via Pistoiese i cinesi parlano fitto, vicino ai cassonetti, davanti alle auto posteggiate. A Prato sono 30-35 mila di cui diecimila clandestini. Ci squadrano, alcuni ci seguono ma senza animosità. Gli imprenditori pratesi da queste parti non ci sono più da un pezzo. Questa ormai è Chinatown. In vent’anni si sono presi tutto il vialone e i vecchi isolati industriali dismessi dai nostri tessitori, allungandosi anche dentro la porta cittadina, risalendo via San Vincenzo fino a piazza San Domenico, proprio alle spalle di piazza del Comune.

Tavole calde, ristoranti, market, bar, ferramenta, centro massaggi a 15 euro, parrucchieri a 8, oreficerie, foto video e money transfert. Resistono una filatura e una tintoria italiana, un supermercato Lidl, due filiali Unicredit e Carifi: per il resto non c’è più nulla di nostrano, nemmeno mezza scritta sui muri. In questi androni riattati i clandestini lavorano e dormono dietro le macchine per cucire, in cellette improvvisate. Nelle palazzine della zona, rispettando una gerarchia crudele, ci abitano i dipendenti delle aziende in regola, mentre gli imprenditori hanno abbandonato il quartiere per trasferirsi nelle villette verso Poggio a Caiano. Li riconosci perché girano in Suv e su macchinoni costosi. C’è molta ostentazione tra i cinesi ricchi. In via Pistoiese ci torniamo la mattina: la carne appesa ai balconi a essiccare e un viavai di furgoncini e auto che trasportano i tessuti cuciti la notte prima verso il Macrolotto, nella zona industriale a Sud-Ovest di Prato, dove c’è il quartier generale dei Pronto moda, che le piazzano agli ambulanti, alle catene distributive e ai grossisti.

Il venerdì è giorno di maxi consegne: arrivano camion e furgoni da Polonia, Romania, Francia. Scendono piazzisti, intermediari, commercianti. Alcuni cinesi dormono in pausa pranzo stravaccati su balle di tessuto. C’è solo un po’ più di accortezza, dopo le retate e i fatti di sangue delle ultime settimane. Alcuni ti dicono che stanno perdendo clienti. Qualcuno vorrebbe andarsene. Ma Prato è ormai il centro di smistamento del Pronto moda per mezza Europa. Dei due miliardi di giro d’affari del distretto, il 70% viene dall’export. Di questi capannoni ne stanno chiudendo molti. I blitz si ripetono puntuali anche perché piacciono all’opinione pubblica. Pattuglioni misti Gdf, Polizia, Asl, Ispettorato del lavoro: chiudono le strade e setacciano porta a porta. Al Macrolotto molti cancelli sono sbarrati dai sigilli della Procura.

Ma capita che di notte i proprietari li rompano, entrino, portino via le macchine e riaprano da un’altra parte. E’ come svuotare il mare con un secchiello. Su mille clandestini fermati nel 2009 solo 7 sono stati rimpatriati e comunque il distretto prospera a dispetto della crisi: nel 2009 ha segnato +20% nelle importazioni di tessuti e +25% nelle rimesse. Rispondendo a una vera domanda di mercato. Poi ci sono state le operazioni della Gdf che hanno smantellato un’organizzazione criminale transnazionale messa in piedi da imprenditori cinesi con la complicità di italiani. E la maxi inchiesta anti riciclaggio coordinata dalla Dda di Firenze. Manodopera e merci a nero, impossibile pagare i contribuiti con i soldi che volano a Pechino, spiegano dalla Procura. Il meccanismo è quello della doppia fattura: alta in partenza, bassa all’arrivo.

La differenza si paga attraverso money transfert (nel 2009 la colonia di Prato ha rispedito in madrepatria quasi 500 milioni con questo canale). Insieme ai laboratori clandestini ci hanno pensato tre omicidi in pochi giorni a sconvolgere la quotidianità compassata della cittadina toscana. Fatti di per sé sfusi, ma tutto fa brodo in questa lunga estate calda pratese. Tra gli inquirenti si teme il salto di scala: dall’illegalità economica all’infiltrazione della criminalità asiatica. I soldi che girano intorno al distretto sono un grande vaso di miele. L’altro giorno a Firenze il procuratore Pietro Grasso non ha smentito la saldatura. Nel frattempo il nuovo ambasciatore cinese, Ding Wei, è arrivato in città lamentandosi per l’eccessiva pressione verso le imprese di Pechino. Sullo sfondo, un Pronto moda che sfrutta i prezzi bassi e l’appeal dell’etichetta made in Italy, appiccicata legittimamente visto che i capi vengono confezionati in Italia (anche se con tessuti importati). Ma questo apre un secondo capitolo. Il rapporto complesso tra le due manifatture: quella storica italiana legata al tessuto, e quella cinese appunto delle confezioni.

Marco Alfieri, La Stampa, 5 luglio 2010

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.