Prato, grosso guaio a Chinatown: la finanza sommersa del distretto

L’inchiesta sui due miliardi esportati illegalmente tramite la filiale italiana di Bank of China alza il velo sui conti dei cinesi, la vera chiave di volta della potente comunità che gestisce nel territorio l’indotto manifatturiero.

Claudio Bettazzi, presidente CNA Prato

Grosso guaio a Chinatown. E stavolta si tratta della Chinatown italiana, cioè Prato, e della sua banca di riferimento, la Bank of China. L’inchiesta sul trasferimento illecito in Cina di 2 miliardi di euro da parte di immigrati cinesi e di imprese cinesi del distretto tessile pratese ha sollevato il velo su un mondo rimasto finora troppo spesso al di là del confine dell’economia sommersa, ma che proprio ora sta dando segni di voler emergere e di integrarsi con il tessuto dell’imprenditoria italiana. Siamo però solo all’inizio e sarà un percorso lungo. E l’intensificarsi dei controlli è un ingrediente fondamentale.

“Indirizzi gestionali non univoci e significative lacune sul piano organizzativo hanno esposto l’azienda a rischi di coinvolgimento in condotte di riciclaggio, con possibili rilevanti refluenze anche di tipo reputazionale”. La scrittura degli ispettori di Bankitalia non è molto raffinata ma il concetto è chiaro. La segnalazione della Vigilanza alla procura distrettuale di Firenze inquadrava, nel novembre 2014, il ruolo della filiale italiana di Bank of China in una colossale operazione di riciclaggio del fiume di denaro prodotto nei laboratori gestiti in Italia (in particolare a Prato) da artigiani cinesi, con la fabbricazione e il commercio di merce contraffatta, lo sfruttamento di manodopera clandestina, l’evasione fiscale e contributiva, la violazione delle norme a tutela dei lavoratori. E’ così che Bank of China è finita nell’inchiesta monstre

sul riciclaggio di circa 5 miliardi di euro volati in Cina fra il 2007 e il 2010, dei quali – secondo le accuse dei pm – 2,2 attraverso le strutture della banca cinese.

L’inchiesta

L’inchiesta Cian Ban (fiume di denaro) si è conclusa il 17 febbraio con il rinvio a giudizio di 230 operatori per lo più cinesi. Fra coloro che hanno patteggiato ci sono quattro manager della filiale italiana di Bank of China, accusati di concorso in riciclaggio, e la banca stessa per il corrispondente illecito amministrativo sanzionato con 600mila euro. Bank of China, assistita dagli studi legali Mucciarelli e Allen&Overy, è stata ammessa al patteggiamento alla condizione che versasse 22 milioni di euro al ministero dell’Economia a titolo di risarcimento. Spiega di aver patteggiato per evitare le paralizzanti lungaggini processuali ma che questo non significa ammissione di responsabilità, sostiene di aver efficacemente rafforzato i meccanismi interni di controllo e di antiriciclaggio – come le riconoscerebbero le ispezioni di Bankitalia (l’ultima nel 2016) – e soprattutto di aver interrotto dal 2011 le “attività di trasferimento di denaro dall’Italia attraverso il ricorso ai money trasfers ” che raccoglieva il denaro con la tecnica dello smurfing, cioè sminuzzando gli importi sotto le soglie del limite massimo esportabile. Che fine ha fatto, dunque, da allora, quel fiume di denaro prodotto annualmente dall’operosa comunità di cinesi in Italia e che – secondo le ipotesi dei pm – è stato usato per acquistare in Cina materiali o prodotti contraffatti?

I flussi di denaro

Intanto una parte del flusso di denaro è sparito. Tra il 2011 e il 2015 (ultimo dato disponibile), le rimesse di soldi all’estero sono crollate di oltre 2 miliardi, da 7,4 a 5,3 miliardi. E questo è avvenuto soprattutto per il drastico e improvviso ridimensionamento delle spedizioni verso la Cina, che tra 2012 e 2015 sono passate da 2.674 a 557 milioni (-80%). Quanto all’area pratese- fiorentina, dal triennio 2007-2009 in poi i flussi si sono più che dimezzati passando da una media annua di 423 milioni a circa 200 milioni. Questo non significa che i trasferimenti si siano veramente ridotti, ma semmai che abbiano cambiato strada. Uif (Unità di informazione finanziaria) e Procura nazionale antimafia concordano nell’ipotizzare che i money trasfers ricorrano ora a istituti comunitari meno attenti nei controlli, “grazie all’opera – lo ha detto in Commissione Finanze alla Camera il direttore dell’Uif, Claudio Clemente – di una sottostante organizzazione estesa ed efficiente, capace di cambiare con rapidità gli operatori di riferimento ad ogni avvisaglia di attenzione sulla loro attività”.

Caccia agli immobili

E’ sicuro, per altro verso, che fette rilevanti del reddito cinese ricavato in Toscana rimangono sul territorio più che in passato. Asset d’investimento importante è l’immobiliare. Con gli imprenditori cinesi che rastrellano scampoli del patrimonio dei grandi gruppi di costruzioni falliti negli anni della crisi, i colossi Btp, Consorzio Etruria, Margheri, per anni primi costruttori nella regione. Per rendersi conto del fenomeno basta mettere il naso nelle aste giudiziarie dove i piccoli costruttori italiani escono regolarmente battuti dai nuovi ricchi orientali. La scorsa settimana, ad esempio, erano diciassette i concorrenti per un appartamento di lusso di 246 metri quadri nel cuore di Firenze. Sedici italiani. E un solo cinese. Ha vinto lui, con una serie spietata di rialzi da 5mila euro che, da una base d’asta di 330mila euro, ha portato l’aggiudicazione a 550mila euro. Sconsolati gli sconfitti: “Niente da fare, vincono sempre loro, i cinesi hanno montagne di soldi e si stanno comprando la città”, diceva uno di loro. Le imprese cinesi, che impiegano 20.000 connazionali nella provincia di Prato, sono più di 5.200, cresciute di quasi 500 in un paio di anni. Attraverso la rilevazione dei consumi idrici e la percentuale di irregolari che solitamente vengono trovati nel corso dei controlli, l’Istituto regionale di programmazione economica Toscana (Irpet) ha stimato che i lavoratori irregolari siano tra 6.000 e 9.000. Più dell’80% delle imprese sono concentrate in tessile e abbigliamento, e una buona quota di queste si è evoluta da terzista puro ad aziende di confezioni del pronto moda. Il valore dalla loro produzione è di 2,13 miliardi (17% del totale provinciale), mentre il fatturato del sommerso viene stimato di quasi un miliardo di euro. Sul totale del Pil della provincia di Prato – ha rilevato l’Irpet nella sua ultima ricerca – il lavoro delle imprese cinesi vale l’11%. Ma se si allarga lo sguardo alle ricadute che questa attività provoca sulle imprese italiane del Pratese, il dato percentuale sul Pil sale al 21%. Significa che l’economia cinese alimenta con 650 milioni di euro un indotto italiano di fornitori, proprietari di capannoni, commercialisti e avvocati. E un terzo delle esportazioni pratesi sono delle imprese cinesi.

L’emersione

“Stiamo aggiornando i dati, la sensazione è che in questi ultimi mesi il processo di emersione dal sommerso abbia fatto altri passi avanti”, dice il direttore dell’Irpet Stefano Casini Benvenuti. E’ d’accordo, ma solo in parte, il presidente della Cna di Prato, l’imprenditore tessile Claudio Bettazzi. “Il dato percentuale sul contributo al Pil della comunità cinese, salito in pochi anni dal nulla, dice che il processo di emersione è in atto, ma il “nero” è ancora molto. Bisogna investire nei controlli sull’evasione fiscale come si è fatto con quelli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha dato risultati eccellenti”. Su questo ultimo punto perfettamente in linea il presidente degli industriali pratesi, Andrea Cavicchi. “Occorre intensificare l’attenzione su gestione del personale, previdenza, ambiente e fisco, perché le potenzialità dell’imprenditoria straniera superino le criticità legate alle troppe frequenti situazioni di irregolarità”, dice il leader di Confindustria Toscana Nord. Che il “cantiere delle legalità” è al lavoro lo dimostra il caso Cna World China, sezione “dedicata” all’interno dell’associazione degli artigiani, alla quale dal 2013 si sono associati oltre 300 imprenditori. “E’ un ponte, in consolidamento, verso l’integrazione di persone che qui hanno deciso di mettere radici con le loro famiglie”, va spiegando Wang Liping, tra i primi imprenditori a sposare l’aggregazione.

Il patto con Cna

La maggioranza delle imprese di Cna World China ha aderito al patto “lavoro sicuro” che impegna al rispetto delle regole. Dopo la strage di Teresa Moda, l’impresa-dormitorio nella quale morirono sette persone per un incendio il primo dicembre 2013, la Regione assunse per tre anni 74 tecnici ed ispettori per la sicurezza sul lavoro per andare nelle aziende. In 36 mesi la task force ha controllato più di 7.000 imprese, scovato 868 dormitori e 1.459 macchinari irregolari, fatto 3.707 denunce penali e 384 sequestri, sanzionato 1.565 situazioni igieniche critiche. Un dato, su tutti, racconta che i controlli stanno dando risultati: il tasso di regolarità delle aziende ispezionate è passato dal 15 al 58%.

La Repubblica.it-Economia e Finanza,27 febbraio 2017

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.