PRATO.Erano in tre a gestire la Teresa Moda, tutti responsabili: chiesti 26 anni di reclusione (Video)

In tribunale il processo per il rogo nel macrolotto di Prato in cui morirono sette operai cinesi. La prossima udienza è fissata il primo dicembre, anniversario della strage.

PRATO. Dieci anni e 8 mesi di reclusione per Lin Youlan, la “capa”, otto anni per la sorella Youli e otto anni per il marito Hu Xiaoping. Queste le richieste di condanna formulate dal pm Lorenzo Gestri al termine della sua requisitoria nel processo nei confronti dei tre confezionisti accusati di omicidio colposo plurimo per l’incendio della Teresa Moda di via Toscana dove persero la vita sette operai cinesi.

Una condanna che arriva per la sommatoria di più reati e di più violazioni che rappresentano la condizione per cui si è arrivati all’infortunio sul lavoro. La sintesi della requisitoria del pm, al di là del metodo per arrivare alla richiesta di pena, ha puntato a evidenziare come la situazione fosse assolutamente “non rispettosa della dignità umana” e con l’assoluta mancanza di ogni comportamento per mettere in sicurezza i lavoratori e l’azienda stessa. E non, secondo quanto sottolinea Gestri, per non conoscenza delle leggi ma per un comportamento dettato solo dall’esigenza di fare profitto.

UNA CONDIZIONE DI COMPLETA INSICUREZZA. I locali del Teresa Moda erano in base alle indagini portate avanti dalla procura carenti da ogni punto di vista . Erano assenti le uscite di emergenza, i percorsi di fuga così come non c’era stata nessuna formazione sul rischio, nessuna rete idrica per l’antincendio e nessuna messa in regola dell’impianto elettrico causa, presumibile del rogo. “Tutto l’impianto elettrico – ha detto il pm – era fuori norma ed è molto probabile, andando per esclusione, che sia la causa dell’inizio dell’incendio. E’ però chiaro che se non ci fossero stati i soppalchi oggi non ci sarebbe questo processo, non ci sarebbero i morti. La situazione complessiva era di una gravità straordinaria. I titolari hanno abdicato completamente al loro ruolo di formazione nei confronti dei loro dipendenti”.

“E – ha aggiunto Gestri con durezza – non mi si dica che non c’era consapevolezza che i soppalchi erano il luogo più insicuro. Youli e il marito non è un caso si siano salvati e non è un caso fossero nel luogo più vicino all’uscita e in una stanza realizzata in cemento”. “Erano imprenditori calcolatori che sono passati da qualsiasi scorciatoia: sfruttamento del lavoro, dei clandestini, assenza della sicurezza, commistione tra lavoro e abitazione in nome solo del profitto”.

UNA GESTIONE A TRE. Nel corso della requisitoria il pubblico ministero non ha tratteggiato differenze nella gestione dell’azienda e ha puntato, almeno nelle prime fasi del suo intervento, a smontare le testimonianze delle sorelle che hanno dichiarato una responsabilità diretta solamente di Youlan dopo che, dalle indagini era emerso in modo molto chiaro che l’amministratrice legale Lin Janli non era altro che una prestanome. Un percorso, quello di Gestri, che lega, come a formare una delicatissima ragnatela, dichiarazioni, documenti, interrogatori.

Tra gli elementi messi in evidenza dal pm la presenza dei due coniugi, scagionati dalla sorella, in azienda ben prima di quanto dichiarato. Per loro l’arrivo a Prato risale al maggio del 2013 ma entrano in contraddizione quando dichiarano di aver ritirato un tavolo da stiro (i documenti raccontano consegnato a marzo 2013) e dall’apertura di un conto corrente al Monte dei Paschi ma anche nel racconto di fatti interni all’azienda che solo un responsabile può fornire.
Come ” dato di straordinaria valenza probatoria ” per evidenziare una gestione a tre il sostituto procuratore Gestri ha messo in evidenza un sms inviato da un operaio a Lin Youli in cui le scrive “Capa, sono Sui. Quando mi dai i 200 euro del periodo in cui ho lavorato da te”. Poche parole ma che dicono in modo evidente, per il pm, che anche Youli era un punto di riferimento per i dipendenti e aveva un ruolo di “capa”, parola usata per definire senza ombra di dubbio i titolari dell’azienda.

Una serie di dettagli, che spuntano minuto dopo minuto nelle 240 pagine della requisitoria, che puntano a minare la ricostruzione dei fatti fornita dai tre cinesi dove solo Lin Youlan avrebbe gestito l’azienda. Del resto Yolan era effettivamente colei che teneva i rapporti con l’esterno avendo un ruolo decisivo nella contrattazione con i terzi, nell’assunzione degli operai e con quei professionisti “ben consapevoli che Janli era una prestanome”.

SFRUTTAMENTO DEL LAVORO. “Le macchine erano ancora calde quando è scoppiato l’incendio al Teresa Moda”. A dirlo, esattamente con queste parole, è stato il pm Gestri durante la requisitoria riferendo della testimonianza del marito di una delle lavoratrici morte nel rogo.

E’ la parte in cui il sostituto procuratore ha affrontato il tema delle condizioni di lavoro. “Lo spazio per mangiare e dormire fa parte di un pacchetto unico che l’imprenditore offriva” , spiega Gestri spiegando che al Teresa Moda se c’era lavoro si stava alle macchine anche per 16-17 ore. “La moglie aveva sentito il marito proprio la notte in cui poi si scatenò l’incendio. Aveva appena terminato il suo turno di lavoro. Erano le 2 di notte”.

Nella confezione, in base alle testimonianze si guadagnavano 50 euro al giorno per 7 giorni mentre il contratto del settore prevede 40 ore a settimana con un massimo di 8 ore di straordinario.

“Una situazione – dice Gestri – al di fuori da ogni regola. Una condizione di lavoro abnorme e sproporzionata e senza rispetto per le persone. Una mancanza di rispetto delle regole del lavoro e della sicurezza che sono causa del verificarsi dell’infortunio”.

L’INVETTIVA NEI CONFRONTI DEI PROFESSIONISTI. Il pm non ha esitato dal mettere in evidenza che i professionisti pratesi che amministravano la società fossero al corrente di molte cose. Del fatto per esempio che la vera titolare era una prestanome, che la situazione era pericolosa. “Può essere un caso – ha detto infatti il pm – che Youlan abbia chiamato il commercialista a mezz’ora dall’episodio per sistemare le carte. Ancora non sapeva il numero dei morti e non era stata in questura. E vogliamo parlare dei summit per risolvere al meglio la situazione?”.

La prossima udienza è fissata il primo dicembre, proprio nel giorno dell’anniversario della strage. La parola passerà agli avvocati di parte civile

di Ilenia Reali, Il Tirreno,24/11/2014

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