Populismo e minacce ai diritti umani. “A year in review” con Kennet Roth, direttore di Human Rights Watch

Le parole di Kennet Roth, Executive Director di Human Right Watch (HRW), al quale è stato proposto di analizzare i principali eventi dove i diritti umani sono stati messi in discussione durante l’anno appena concluso. Una sorta di “year in review” dalla quale partire per cercare di capire quali sfide ci attendono.

La più grande preoccupazione è stata l’ascesa del populismo in tutto il mondo e lei sa che la manifestazione più visibile di questo è Donald Trump, ma vediamo che equivalenti del presidente americano ci sono in molti Paesi, in Europa, più visibilmente in Polonia, Ungheria e ora anche in Austria. Si può vedere un simile tipo di governo in Turchia, Egitto, India, Filippine, anche in Cina e in Russia si incontrano le stesse situazioni; io credo che c’è un numero crescente di governi che non sono interessati alla difesa dei diritti umani, questi governi hanno assicurato la loro popolarità attaccando e demonizzando le minoranze impopolari e spesso i principi stessi dei diritti umani, costruendo sfiducia nelle istituzioni democratiche.

 Il risultato è stato un cambiamento importante tra i governi del mondo in una direzione anti-umana. Questo è stato un problema non solo per il paese in cui questo tipo di metodo è al potere, ma è stato anche un problema altrove, perché si è creato un vuoto che è stato riempito in molti casi da gravi violenze e lo si può vedere dalla mancanza di una risposta internazionale per l’uccisione di civili in Siria, nei bombardamenti ai civili nello Yemen, nella scarsa risposta al Myanmar dopo la fuga del popolo Rohingya. Ci troviamo di fronte ad una mancanza di leadership in materia di diritti umani ed alcuni attori molto violenti hanno approfittato di questo vuoto per commettere atrocità di massa”.

– Abbiamo iniziato il 2018 con le inaspettate proteste in Iran. Qual è la situazione nel paese e come vede queste proteste?
Le proteste sono interessanti perché sono molto diverse dal movimento verde del 2009. L’ultima volta che l’Iran è sceso per le strade così, le proteste erano guidate dai liberali nelle grandi città. Come lei sa queste proteste sono molto diverse sono più basse, nelle città più piccole, guidate da non si sa chi, in luoghi diversi e con ragioni molto diverse, in alcuni casi sono guidate da quelli che potremmo definire, per fare un paragone il collegio elettorale di Trump; molti liberali non vi hanno aderito, ma credo che le proteste siano una risposta alla combinazione tra la necessità economica e la teocrazia corrotta che si auto-serve. Una delle principali cause che ha fatto da scintilla per queste nuove proteste è stata la pubblicazione da parte del presidente Rohani del bilancio nazionale. La gente improvvisamente ha visto come saranno spesi fior di miliardi per istituzioni oscure e teologiche, o nelle guerre in Siria e in Iraq, o dietro ad Hezbollah in Libano; in un momento in cui la disoccupazione giovanile in Iran è pari al 40 %. Queste rivolte sono davvero una protesta contro il regime teocratico che è più attento alle sue ideologie e alla propria autoconservazione piuttosto che ai bisogni del popolo iraniano. Questo è di solito quello che si ottiene con i governi che vanno in pensione perché usano la forza per rispondere alle esigenze popolari, cercando di nascondersi dietro il loro stato autocratico per proteggere sé stessi”.

– Sicuramente conoscerà la storia di Giulio Regeni, il nostro connazionale ucciso al Cairo in circostanze ancora da chiarire. In Egitto, come in Turchia, stiamo osservando ad un aumento di autoritarietà del regime. Come vede queste situazioni e quali sono le raccomandazioni che HRW rivolge alla comunità internazionale?
La nostra delusione è che sia Recep Tayyip Erdogan, in Turchia, che Abel Fatah al-Sisi, in Egitto, hanno decimato la democrazia nei loro Paesi. Erdogan arresta giornalisti indipendenti e chiunque abbia una voce indipendente e critica, e anche al-Sisi ha imprigionato decine di migliaia di persone indipendenti che non si sono piegate al suo regime militare. Quindi ci si aspetterebbe in queste circostanze che i governi occidentali facessero pressioni forti su Erdogan e al-Sisi perché tornino in una direzione più democratica, invece no. Credo che la ragione principale di queste scelte occidentali sia una qualche combinazione di preoccupazione per l’immigrazione e per il terrorismo. Nel caso della Turchia, l’Unione europea era molto più interessata a fermare il flusso di rifugiati verso l’Europa piuttosto che fermare Erdogan e la sua politica di repressione. Anche nel caso dell’Egitto, al-Sisi ha aiutato molto a reprimere il terrorismo ed ha contribuito a fermare i flussi migratori attraverso la Libia. Tutti sanno gli strumenti e la condotta repressiva di al-Sisi e trovo particolarmente deludente il fatto che sembra abbiano messo da parte il caso Regeni per avere l’aiuto dell’Egitto nel fermare il flusso di migranti dalla Libia“.

– Lei ha parlato giustamente di paure per il terrorismo. Il 2017 è stato l’anno della sconfitta territoriale del sedicente Stato Islamico. Queste misure di controterrorismo globale rischiano di soffocare in qualche modo i diritti umani? In quale direzione stiamo andando?
Sì, l’anno scorso abbiamo visto la grande sconfitta dello Stato Islamico e questa è assolutamente una buona cosa, credo che nessuno sia scontento di ciò, ma penso che ci sia una crescente preoccupazione per la particolare inclinazione di Trump ad estendere sempre di più la guerra al terrorismo in tutta la regione non solo nella zona di Siria e Iraq. Mentre questa battaglia richiedeva chiaramente una strategia militare e questo era appropriato, da quando ha allentato i vincoli sull’esercito senza riguardo per le vittime civili – e lo vediamo in Afghanistan nello Yemen e sempre più in luoghi come la Somalia e il Sahel – il messaggio di Trump è diventato quello di fare tutto il necessario per prevenire le nostre lacrime senza preoccuparci troppo per i civili. Questo è un pessimo approccio miope, perché sappiamo già che il terrorismo ama quando i civili vengono uccisi dai nostri droni, è un grido di battaglia per la loro propaganda e per il reclutamento di nuovi terroristi. Questo modo di pensare di Trump, di non curarsi delle vittime civili, incentiverà piuttosto che ferire il reclutamento terroristico“.

– Veniamo ad un’altra mossa forse azzardata del presidente americano: la dichiarazione di Gerusalemme come capitale d’Israele, la quale abbiamo visto scatenare un’esplosione di violenza. Cosa succederà e cosa sta facendo HRW per i rifugiati palestinesi?
“Noi di HRW siamo molto preoccupati per la situazione dei palestinesi nella West Bank. Qui noi assistiamo ad un doppio regime violento, dove le colonie in Cisgiordania pretendono di essere trattati come se fossero in Israele, per cui i palestinesi che vivono lì intorno si trovano vincoli e discriminazioni che impediscono loro di costruire case e di coltivare la terra; sono quindi costretti a trasferirsi altrove, e la cosa appare come parte di un piano per portare gradualmente i palestinesi lontano dalle zone vicino attigue agli insediamenti. Quindi, il riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale è stato davvero solo un altro chiodo sulla bara della soluzione a due Stati e questo processo di imporre restrizioni più stringenti verso i palestinesi nella West Bank sta portando sempre più persone a pensare che forse c’è solo la soluzione ad uno stato. Israele deve scegliere, o vuole una democrazia adeguandosi alla realtà di milioni di palestinesi o andrà al regime di apartheid. Questa sarà la nostra vera preoccupazione, al momento Israele è in grado di evitare l’etichetta dell’apartheid, ma quando l’occupazione è in corso da 50 anni e sembra non esserci una fine in vista, solleva domande su i diritti fondamentali del popolo palestinese”.

– Il Venezuela è entrato dallo scorso anno in una profonda crisi umanitaria. Cosa accadrà?
Penso che sia importante riconoscere che il Venezuela non dovrebbe subire una crisi umanitaria perché è un Paese ricco di petrolio, dovrebbe essere un paese prospero. Non lo è a causa della corruzione e della cattiva gestione del governo di Maduro, il quale è essenzialmente abituato a stampare denaro come un modo per continuare a comprare il sostegno dei militari e gli altri alleati. Il risultato è l’iperinflazione e la grave carenza di cibo e di medicine di base. Il popolo venezuelano vedendo questo, ha cercato di ribellarsi con le proteste, i venezuelani hanno cercato di votare contro Nicolas Maduro, ma lui ha usato la violenza e la frode per mantenere il potere. La buona notizia è che l’America Latina si è davvero radunata intorno al popolo venezuelano e in un modo che non abbiamo mai visto prima: i governi sudamericani erano tradizionalmente molto riluttanti a criticare l’un l’altro sulle pratiche dei diritti umani, ma undici dei più grandi governi si sono uniti per criticare pubblicamente la repressione di Maduro nel paese. Abbiamo assistito davvero per la prima volta ad uno sforzo regionale su larga base per fare pressione sul presidente venezuelano, per alleggerire la sua morsa e consentire al popolo di poter scegliere“.

– Lei prima ha accennato all’immigrazione del popolo Rohingya. Pensa che questa gente possa far ritorno a casa nel 2018?
Myanmar e Bangladesh hanno firmato un accordo orchestrato dai cinesi che prevede il ritorno dei Rohingya ma è molto prematuro parlare di rimpatrio forzato, perché semplicemente non è sicuro. I Rohingya che rimangono nello stato nord di Rakhine vivono nel loro terrore, senza protezione, senza accesso agli aiuti umanitari. Si sa che nessuno è stato chiamato a rispondere per gli innumerevoli crimini contro questa popolazione, vittima di omicidi, stupri ed incendi dolosi su larga scala. Le forze armate del Myanmar negano che queste atrocità siano state commesse e quindi nessuno viene perseguito. Semplicemente non è credibile che sarebbe sicuro per i Rohingya tornare a casa“.

-Lgbt. Quali sono i paesi che hanno fatto progressi e quali sono i più ostili verso le persone gay, transgender e lesbiche?
Io penso che ci sia un progresso globale in materia di diritti lgbt, come in Europa, così anche in alcuni paesi africani come il Sudafrica e un certo numero di paesi asiatici. Quindi penso che ci sia un vero movimento globale verso un maggiore rispetto per i diritti delle persone lgbt. Adesso ironicamente più gay e lesbiche escono allo scoperto più stiamo vedendo una reazione, così quando sentiamo parlare di repressione in luoghi come l’Uganda, spesso è un riflesso del crescente potere del movimento lgbt. L’altra cosa che va avanti è che molti governi che non servono le persone, e l’Uganda è un esempio perfetto con il presidente Yoweri Mouseveni alla guida del Paese da circa 30 anni, utilizzano il tema lgbt per distogliere l’attenzione dai reali problemi del paese. Può vedere questo fenomeno in molti posti in cui razzismo ed omofobia sono un modo per distrarre l’attenzione dal fallimento del governo, incapace di operare. Abbiamo visto un caso del genere anche in Russia: il presidente Putin si è trovato sotto pressione a causa della scesa dei prezzi del greggio per via delle sue avventure militari in Ucraina, così aveva bisogno di cambiare argomento ed ha utilizzato quello dell’omofobia facendo leva sulla popolazione più conservatrice in modo che potesse radunarsi dietro di lui sulle questioni culturali, distogliendo l’attenzione dal problema economico. Questo tipo di stratagemma è spesso dietro l’omofobia in tutto il mondo“.


Fonte: Vanessa Tomassini, notiziegeopolitiche, 6 gen 17

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