Pomodoro importato dalla Cina (frutto del lavoro forzato): l’inchiesta sui big del made in Italy

“Decine di migliaia di tonnellate di concentrato di pomodoro proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang sbarcano in Italia ogni mese. Entrano in alcune tra le più importanti aziende conserviere in fusti da diversi chili ed escono sotto forma di tubetti o barattoli pronti per essere consumati in tutto il mondo”.

Così inizia l’inchiesta di Investigative reporting project Italy (IrpiMedia) e Cbc Canada, che svela come alcuni prodotti “almeno in parte, sono collegati a un sistema di capillare repressione che il governo di Pechino applica nei confronti della minoranza etnica degli uiguri” finiscano nel nostro paese e vengano lavorati da aziende italiane. Il nome più importante tirato in ballo dall’inchiesta è Petti, che è il maggior importatore di pomodoro cinese da quell’area. Adrian Zenz, antropologo tedesco tra i maggiori studiosi al mondo della questione uigura, dice a IrpiMedia: “L’enorme portata del sistema di repressione operato dal governo cinese nello Xinjiang rende endemico il rischio della presenza di coercizione nella filiera di industrie come quella del pomodoro”, “Con il loro comportamento le aziende si rendono complici della campagna di repressione di Pechino nei confronti degli uiguri».

Italia primo importatore al mondo

A causa dei numerosi allarmi e report sulla violazione dei diritti umani nei campi dello Xinjiang lo scorso gennaio gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di prodotti derivati del pomodoro che abbiano qualsiasi collegamento con questa regione della Cina. L’Italia, invece, continua a importare concentrato cinese, essendo addirittura il primo mercato al mondo di destinazione: nel 2020 ne sono arrivate più di 97 mila tonnellate, circa l’11% delle esportazioni totali di Pechino. “Gli sbarchi di concentrato cinese in Italia sono più che raddoppiati nel 2021, con navi che approdano nei porti di Salerno e Napoli quasi tutti i giorni. Da sempre gli operatori del settore giurano che la materia prima non viene utilizzata in prodotti destinati al mercato italiano, ma in tubetti di concentrato e altri derivati venduti all’estero. Di preciso, però, non si sa” scrive IrpiMedia.

Petti

Ma veniamo ai nomi. Attraverso l’analisi di dati doganali e documenti sanitari, IrpiMedia ha catalogato i rapporti commerciali tra i produttori di concentrato nello Xinjiang e le aziende di trasformazione italiane. Sono dodici i gruppi conservieri che almeno fino a giugno scorso hanno acquistato derivati del pomodoro nello Xinjiang. “Re assoluto della rotta sino-campana – scrive IrpiMedia – è il gruppo Petti, storico nome dell’industria delle conserve. Nei primi sei mesi del 2021 ha importato circa il 57% di tutto il concentrato di pomodoro cinese sbarcato in Italia”. Tra i diversi fornitori di Petti con sede nello Xinjiang spicca Cofco Tunhe, un’azienda che collaborerebbe con i corpi paramilitari cinesi presenti nell’area.

“Più di 40 mila tonnellate di prodotto di origine cinese sono approdate nello stabilimento della Antonio Petti Fu Pasquale a Nocera Superiore in sei mesi. Lì l’azienda confeziona tubetti di doppio concentrato e passata in brick per il mercato estero delle private label, ovvero merce etichettata con il marchio del distributore (solitamente un supermercato) e non quello di Petti stessa. Tra i clienti ci sono giganti come Tesco e Asda nel Regno Unito e Whole Foods in Nord America” continua l’inchiesta, che ricorda come Whole Foods ha ritirato la merce prodotta da Antonio Petti dai propri negozi, dichiarando inoltre a Cbc di voler tagliare i propri rapporti commerciali con l’azienda italiana. Antonio Petti ha confermato a IrpiMedia di importare concentrato di pomodoro dallo Xinjiang, ma respinge qualsiasi responsabilità di tipo etico: “La società Petti è dotata di un codice etico ai principi del quale si sforza costantemente di adeguare i rapporti commerciali con i partner esteri per il rispetto dei diritti umani”, Petti spiega inoltre che “il concentrato di pomodoro di provenienza Xinjiang viene esclusivamente utilizzato per confezionare prodotti destinati ai mercati africani”. Nello scorso aprile, in uno stabilimento di Livorno di Petti si era svolto il blitz dei Rac per presunte false passate italiane, come raccontato dal Salvagente. 

Fonte: Salvagente-05/11/2021

Notizia in inglese-CBC News:

Tomato products linked to forced labour; Proactive LTC inspections reinstated: CBC’s Marketplace Cheat Sheet

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