Perseguitati i sopravvissuti del terremoto in Cina

Perseguitato chi chiede conto dei crolli rovinosi delle scuole

Era il 12 maggio di un anno fa e dalle tv arrivavano le immagini del terremoto più devastante subito dalla Cina dal 1976: oltre 70 mila morti confermati, ma un numero totale difficile da accertare in mancanza di un bilancio definitivo comunicato dal governo. Tanti anche per un Paese di grandi numeri. Un anno dopo, come spesso, come sempre avviene, il Sichuan è cancellato dalle nostre mappe mentali. Anche se una sinistra analogia con il recentissimo terremoto che ha colpito l’Abruzzo dovrebbe farcelo tornare alla mente: in Italia ora si indaga sulle modalità di costruzione della famosa Casa dello studente. Cemento inadeguato, leggerezze o forse peggio nella realizzazione. Un anno fa del terremoto cinese aveva colpito il grande numero di vittime fra gli scolari. Famoso il liceo di Beichuan, con oltre mille morti, ma intere scuole erano andate distrutte e i media occidentali facevano a gara per mostrare donne che guardavano disperate istantanee di bimbe con le treccine sparite sotto le macerie. E che non nascondevano l’amarezza: scuole costruite con il tofu, dicevano. Che è una pasta di soia molto morbida, preziosa per chi segue una dieta vegetariana ma del tutto inadatta a opere solide. Fatte con la polenta, potremmo traslare.
Ora che succede dopo un anno? Amnesty International ha indagato e ha diffuso un rapporto nel quale accusa il governo cinese di aver arrestato illegalmente o minacciato d’arresto i genitori e altri parenti dei bambini che morirono nel terremoto. L’organizzazione denuncia anche persecuzioni nei confronti di attivisti e avvocati che cercarono di assistere quei familiari. Il rapporto descrive casi di genitori e altri familiari, il più giovane dei quali di soli otto anni, detenuti anche per 21 giorni. La loro colpa: aver chiesto indagini serie, aver preteso di sapere dalle autorità per quale motivo i loro figli fossero morti.
«Arrestando illegalmente i genitori di bambini deceduti nel terremoto, il governo ha creato ancora più miseria per gente che nel disastro del Sichuan ha perso davvero tutto», commenta Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. «Le autorità devono smetterla di accanirsi contro sopravvissuti che hanno solo chiesto risposte e cercano di rimettere insieme i pezzi delle loro vite distrutte».
E’ un lungo elenco di intimidazioni e soprusi quello messo insieme grazie al lavoro svolto in loco. In alcuni casi, secondo il rapporto di Amnesty International, le autorità hanno impedito a genitori e altri parenti di protestare contro alti funzionari per la qualità degli edifici collassati a causa del terremoto. Molti sono stati tenuti arbitrariamente in carcere per evitare che percorressero le vie legali. Alcuni attivisti che offrirono assistenza legale e i rappresentanti di comitati di familiari rischiano un processo politico per presunti reati contro la sicurezza dello stato e l’ordine pubblico. Le autorità del Sichuan hanno impedito ai parenti in lutto di adire un tribunale per sapere chi fossero i responsabili dei crolli delle scuole e della morte dei loro figli. Secondo una direttiva emessa dalla Corte provinciale del Sichuan, tutte le corti di grado inferiore non possono ricevere denunce su questioni ritenute sensibili, comprese le richieste di risarcimento individuali per i danni causati a cose o a persone a seguito del crollo degli edifici, fino a nuovo ordine da parte del dipartimento competente.
All’ inizio di aprile, la polizia aveva arrestato Tan Zuoren, un attivista locale che ha promosso un censimento delle vittime. Ai Wei Wei, l’artista cinese più famoso del mondo, anche lui promotore del censimento delle vittime sul suo blog, denuncia proprio il modo in cui la stampa cinese ha trattato la notizia del sisma in Abruzzo. «Nel caso dell’Italia – sottolinea – hanno dato tutte le notizie senza problemi, anche quelle sulle polemiche sulla qualità delle costruzioni, mentre in Cina le notizie che avrebbero potuto portare problemi alle autorità sono state messe a tacere».
Amnesty International chiede ovviamente al governo di Pechino di intervenire, di fare giustizia. Sarà giudicata, immagino, un’intollerabile interferenza negli affari interni cinesi. Affari, questa è la parola magica.

fonte: La Stampa, 4 maggio 2009

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