Perché non conviene l’accordo fra Cina e America

Se il G8 si riduce a 2 superpotenze

Il G20 (il vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi più importanti nella geo-politica mondiale) in programma a Londra il 2 aprile rischia di diventare un G2. Un “vertice” in cui gli Usa di Barack Obama e la Cina di Hu Jintao saranno i protagonisti e definiranno i cardini delle regole di un duopolio mondiale e in cui gli altri (la Ue in primo luogo) finiranno per essere meri comprimari. Ci sono indizi chiari. La prima visita del neo-Segretario di Stato Hillary Clinton è stata a Pechino per ribadire il legame tra Washington e la capitale della Repubblica Popolare. Le autorità monetarie cinesi pur riaffermando che continueranno a investire i loro saldi attivi in dollari Usa (e a impedire, o almeno frenare, il tracollo del valore internazionale della valuta degli Stati Uniti) hanno indicato la possibilità di un percorso “di lungo periodo” verso una moneta mondiale “virtuale” composta di un paniere di monete reali tale da attutire gli effetti delle fluttuazioni sui tassi di cambio. Non ci inquieta un malcelato orgoglio europeo o la dimostrazione che l’eurocentrismo appartiene ormai a un passato non più tanto prossimo. Ma il timore che il duopolio Usa-Cina non sia nell’interesse generale dell’economia (e della politica) mondiale e soprattutto non sia in grado di contribuire a uscire da una fase di crisi come l’attuale. In primo luogo, una delle radici della crisi risiede nel modo in cui il sistema americano dei servizi finanziari (dalle banche alla molteplicità di istituzioni preposte alla loro regolamentazione, vigilanza, valutazione dell’affidabilità) ha svolto i propri compiti. In ciò, gli Usa sono stati agevolati dalla Cina (e dal resto) dell’Asia alla ricerca di rendimenti relativamente elevati per i loro crescenti attivi di bilancia dei pagamenti investiti nel mercato finanziario americano in una valuta (il dollaro Usa) in deprezzamento da anni. Ove ciò non bastasse, il programma di rilancio in corso di attuazione negli Stati Uniti non sfiora i nodi strutturali del basso tasso di risparmio delle famiglie, delle imprese e delle pubbliche amministrazioni e della urgenza di un riassetto della regolamentazione e della vigilanza dei servizi finanziari all’interno degli Usa prima ancora che su base internazionale. La Cina, dal canto suo, ha guadagnato molto dal processo d’integrazione economica internazionale (che ha consentito a 400 milioni di suoi cittadini di uscire dalla miseria) ma ha dato troppo poco non solamente in materia di diritti umani ma in tema di comportamento responsabile in seno alle istituzioni internazionali oppure nel negoziato commerciale in corso da oltre otto anni in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Utilizza il proprio diritto di veto al Consiglio di Sicurezza Onu per bloccare progressi in tutte le aree difficili. Con tali credenziali, ove Usa e Cina tentassero la carta di un duopolio, gli altri – l’Ue prima di tutto – dovrebbero bloccarla sul nascere.

Il Tempo, 29 marzo 2009

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