Per protesta contro il sequestro della casa, donna tibetana si dà fuoco

Una donna tibetana si è data fuoco per protesta contro la politica di confisca dei terreni promossa dalla Cina. L’auto-immolazione è avvenuta la settimana scorsa – anche se la notizia è filtrata solo oggi attraverso le maglie della censura – nella provincia occidentale di Qinghai; fonti locali confermano che il rogo è legato al sequestro “della sua residenza” deciso da Pechino. Un uomo, dietro garanzia di anonimato, racconta a Radio Free Asia (Rfa) che le autorità hanno risparmiato le case di quanti nel vicinato “avevano buone relazioni con i signorotti locali”, ma hanno decretato “la demolizione della residenza” di proprietà della donna, trasferitasi nella zona due anni prima. “La protesta – aggiunge – era contro questa ingiustizia decisa dai cinesi”. La donna, le cui generalità e l’età sono al momento ignote, abita nella Prefettura autonoma tibetana (Tap) di Yulshul e si è data fuoco il 27 giugno scorso nella cittadina di Jyekundo, in una zona poco distante dal monastero di Jyekun, tra le 3 e le 4 del pomeriggio. Dopo che si è data fuoco, sono subito intervenute le autorità a spegnere le fiamme e a ricoverarla in ospedale. Al momento non si hanno informazioni sulle sue condizioni di salute, anche se alcune voci parlano di ferite “gravi” riportate in seguito al rogo. Le autorità cinesi hanno imposto una rigida censura nell’area e hanno eretto un cordone di sicurezza nel punto in cui è avvenuta l’auto-immolazione. Da giorni è impedito ogni incontro fra residenti tibetani dell’area. La famiglia ha cercato di visitare la donna in ospedale, ma i funzionari hanno bloccato ogni accesso e vietato ogni forma di contatto fra vittima e parenti. Sulla vicenda è intervenuto anche il famoso poeta e scrittore tibetano Woeser, che al momento si trova a Pechino, il quale conferma l’auto-immolazione in un post pubblicato sul suo blog il 29 giugno scorso. Decine di giovani tibetani, monaci e laici, hanno scelto l’autoimmolazione come gesto estremo di protesta contro Pechino che continua ad arrestare chiunque manifesti dissenso contro il sequestro di terreni e la politica repressiva della cultura e religione tibetana. Nell’ultimo anno sono circa 40 i tibetani che si sono dati fuoco per criticare la dittatura di Pechino e chiedere il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Il leader spirituale tibetano ha sempre sottolineato di “non incoraggiare” queste forme estreme di ribellione, ma ha elogiato “l’audacia” di quanti compiono l’estremo gesto, frutto del “genocidio culturale” che è in atto in Tibet. Pechino risponde attaccando il Dalai Lama, colpevole di sostenere “terroristi, criminali o malati mentali”.

Fonte: Asia News, 3 luglio 2012

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