Per Pechino il Tibet è l’ago della bilancia nei rapporti fra Cina e Stati Uniti

Alla vigilia del viaggio del presidente Usa in Cina, Pechino chiede garanzie “sulla sicurezza e la sovranità nazionale”. Il riferimento è a Taiwan e alla “questione tibetana”, elementi essenziali per una “crescita dei rapporti bilaterali”. In cambio la Cina apre su clima, commercio, nucleare e cooperazione militare.
Ruota attorno alla “questione tibetana” l’esito del viaggio di Barack Obama in Cina, il primo dall’elezione alla presidenza degli Stati Uniti, in programma a metà novembre. Secondo il quotidiano South China Morning Post, il governo cinese vorrebbe una “dichiarazione ufficiale” dell’amministrazione Usa che “riconosca la sovranità cinese sul Tibet”. Pechino, in cambio, sarebbe pronta a collaborare su clima, cooperazione economica, commerciale, militare e la non-proliferazione nucleare.
Il presidente Usa arriverà a Shanghai, cuore finanziario del Paese, il 15 novembre prossimo; dal 16 al 18 novembre sarà a Pechino, per una serie di incontri di alto livello. Obama visiterà anche la Grande muraglia e la Città proibita. Per il vice-ministro degli esteri He Yafei il viaggio rappresenta “un grande evento nelle relazioni sino-americane” ed è importante “per una crescita delle relazioni bilaterali in una nuova era”.
Pechino, sottolineando la volontà di cooperare con gli Usa, ha però lanciato più di un messaggio in merito alla questione tibetana e a Taiwan, pur non citandole direttamente. Gli Stati Uniti, prosegue il vice-ministro, hanno “fatto promesse” in merito a “questioni cruciali” per la Cina, e queste promesse sono una “parte essenziale” per una crescita fattiva “della cooperazione e dei rapporti bilaterali”.
Le garanzie assicurate dagli Usa, secondo l’alto funzionario di Pechino, ruotano attorno “alla sicurezza e alla sovranità nazionale”. Un richiamo nemmeno troppo velato a Taiwan e, soprattutto, al Tibet, che Pechino considera parte integrante del proprio territorio. Nelle ultime settimane i media ufficiali hanno rafforzato la campagna denigratoria verso il Dalai Lama, leader spirituale dei tibetani, accusandolo di essere un capo politico che “mira all’indipendenza” e, di recente, bollato come “bugiardo”.
Fonti diplomatiche statunitensi confermano le aspettative dell’amministrazione Obama dalla missione diplomatica in Cina. Sul piatto della bilancia vi sono diverse “questioni strategiche”, volte a delineare i punti sui quali fondare una “cooperazione futura”. Fra questi un accordo sul clima in vista del summit di Copenhagen, su commercio ed economia, sulla non-proliferazione nucleare e la cooperazione in campo militare.
Uno studioso di Pechino ritiene che vi sia una “probabilità inferiore al 50%”, che Obama renda una “dichiarazione pubblica in merito al Tibet”. Non è escluso, invece, che il presidente Usa affronti la questione “a porte chiuse”, per soddisfare le richieste cinesi.
A ottobre Barack Obama non ha voluto incontrare ufficialmente il Dalai Lama, in vista negli stati Uniti. Una decisione accolta con favore da Pechino, ma che ha scatenato polemiche in patria, dove il leader spirituale tibetano – che dal 1991 è sempre stato ricevuto dai presidenti Usa – gode di un grande seguito fra politici, intellettuali e star del cinema.
Fonte: AsiaNews, 7 novembre 2009

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