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Per il dissidente cinese Chen si aprono le porte dell’ esilio

L’ ultima volta che la diplomazia americana aveva parlato di un accordo raggiunto con la Cina sulla sorte del dissidente Chen Guangcheng, piantonato in un letto d’ ospedale dopo 6 giorni all’ ambasciata Usa, le cose si erano subito drammaticamente ingarbugliate. Ma ieri, quando Hillary Clinton ha parlato di «progressi», la vicenda è sembrata orientarsi verso l’ approssimazione di un lieto fine. Il ministero degli Esteri di Pechino, infatti, ha comunicato che Chen è libero, come ogni cittadino cinese, di andare a studiare all’ estero. Da parte americana è arrivata la conferma che un’ università ha già inviato una lettera di invito a Chen perché compia lì gli agognati studi regolari di giurisprudenza (materia che Chen ha affrontato da autodidatta), accompagnato dalla moglie e dai due figli. L’ istituzione che offre una «fellowship» a Chen sarebbe la New York University. Gli Stati Uniti si impegnano a dare la massima priorità alla concessione del visto per Chen e famiglia. Il portavoce del ministero degli Esteri ha invece pronunciato una frase che, per chi della Cina ha sperimentato i gorghi kafkiani della burocrazia e del controllo poliziesco, può suonare meno rassicurante: la pratica di Chen «sarà trattata secondo la legge». Il rilascio del passaporto spetta alle autorità della zona di provenienza, dunque lo Shandong, ma è lì che le autorità locali hanno vessato Chen. Gli annunci cinese e americano hanno sigillato una giornata cominciata nel segno dello scoramento. «Sono in pericolo», faceva sapere Chen. La propaganda, intanto, aveva colpito con almeno cinque editoriali durissimi. L’ organo del Partito della capitale, il Quotidiano di Pechino, aveva denunciato «i trucchetti» dell’ ambasciatore Gary Locke (un «fomentatore») e attaccato Chen «strumento e pedina» di un Occidente che vuole sovvertire la Cina. Più tardi, però, l’ isolamento a cui Chen era stato sottoposto nel padiglione G si è attenuato. L’ attivista, con una tripla frattura a un piede, ha ricevuto la visita sia di Locke sia di «rappresentanti del governo» ai quali ha descritto gli abusi patiti dal momento della scarcerazione nel 2010. Il dialogo strategico ed economico programmato da tempo e svoltosi tra giovedì e ieri ha danzato intorno alla questione Chen, con qualche impaccio. Si è sentita Hillary Clinton dire a Hu Jintao che «i rapporti sino-americani non sono mai stati così buoni» ma anche rivendicare il carattere universale, e non occidentale, dei diritti umani. Dai Bingguo, il responsabile per la politica estera, ha messo in guardia dalla tentazione di utilizzare i diritti umani per interferire nei fatti interni di un Paese. Il segretario al Tesoro Timothy Geithner ha riconosciuto le mosse di Pechino in materia di cambio del renminbi. Toni cortesi, ma agenda in secondo piano. Resta da verificare la tenuta di un pre-accordo senza scadenze temporale e con parecchie incognite. E ci sono segnali contraddittori: se l’ attivista He Peirong, che aveva aiutato Chen a fuggire, è stata rilasciata, a Pechino alcuni amici del dissidente accorsi in ospedale sono stati picchiati e/o intimiditi. A parecchi giornalisti, dopo due giorni di identificazioni, agenti della pubblica sicurezza hanno minacciato di ritirare i visti. Per Chen, invece, il rischio dell’ America è l’ irrilevanza: restando in Cina, come ha commentato il giurista Jerome Cohen, potrebbe contribuire alla causa dei diritti umani nel Paese. Come invece dimostra la parabola degli esuli della Tienanmen, il distacco dal Paese taglia la voce. E alla Cina questo potrebbe non dispiacere.

Marco Del Corona

Fonte: Corriere della Sera, 6 maggio 2012