Per il Congresso del Partito comunista tutto è pronto, tranne le riforme

La “ricomparsa” del vice presidente Xi Jinping, avvenuta lo scorso 15 settembre dopo un’assenza di due settimane, segnala che i preparativi per il 18esimo Congresso del Partito comunista cinese – previsto per la seconda metà di ottobre – sono in corso. Pechino è quasi inondata dalle speculazioni secondo cui il potente “principino” (termine che fa riferimento ai figli dei “grandi vecchi” del Partito) ha preparato un programma che prevede delle riforme politiche in versione moderata grazie all’aiuto di intellettuali che guardano al futuro come Hu Deping, il figlio del defunto Segretario del Partito Hu Yaobang. Xi avrebbe detto a Hu, un ex vice direttore del Dipartimento del Fronte unito: “dato che la popolazione sta divenendo impaziente e parla di riforme, dobbiamo tenere alto il vessillo delle riforme inclusa la liberalizzazione della politica”. Xi, che dovrebbe rimpiazzare Hu Jintao come Segretario generale del Pcc, ha aggiunto che il Partito non dovrebbe perdere tempo “a cercare cambiamenti e progresso mantenendosi nel mezzo della stabilità”. Dato che Xi ha deciso da solo di affrontare il sensibile tema dei cambiamenti politici, la sua chiamata alle armi – per quanto limitata – ha scatenato l’interesse dell’intellighenzia nazionale. Inoltre il premier Wen Jiabao, considerato il membro più liberale dell’attuale leadership, ha pronunciato un appello appassionato a favore di una accelerazione delle riforme politiche durante la sua visita alla prestigiosa Università Tsinghua: “Democrazia, stato di diritto, uguaglianza e giustizia così come la libertà sono ideali e scopi comuni a tutta l’umanità”, ha dichiarato Wen, che il prossimo mese si ritirerà dal suo incarico all’interno del Politburo. Wen, che ha 70 anni, è l’unico alto funzionario cinese che ha dichiarato in maniera aperta che la Cina dovrebbe adottare “i valori universali” presenti in Occidente e in altre nazioni asiatiche: “Il socialismo non è possibile senza la democrazia”. Wen ha poi sostenuto che “senza la supervisione del popolo e senza un sistema di controlli e di bilanciamento dei poteri, ogni governo e ogni esecutivo si deteriorano. Il potere assoluto provoca la corruzione assoluta”. Non è chiaro di quali riforme Wen e in particolare Xi vorrebbero poter discutere dopo il Congresso, queste dichiarazioni dimostrano che sono in via di preparazione almeno alcuni cambiamenti del Comitato centrale del Partito e degli organi di governo. La Commissione permanente del Politburo ha già raggiunto un accordo sul fatto che tale organismo dovrebbe diminuire di numero e passare dagli attuali 9 membri a 7. Se non si verificano cambiamenti all’ultimo minuto, ecco da chi sarà composto (e con quale ruolo) la prossima Commissione permanente: Xi, 59 anni, Segretario generale e presidente; Li Keqiang, 57 anni, premier; Yu Zhengsheng, 67 anni, presidente dell’Assemblea nazionale del popolo; Zhang Dejiang, 65 anni, presidente della Conferenza consultiva politica del popolo cinese; Li Yuanchao, 61 anni, capo della Segreteria del Partito e vice presidente; Wang Qishan, 64 anni, vice premier esecutivo; Wang Yang, 57 anni, Segretario della Commissione centrale disciplinare. Questa configurazione a 7 membri rappresenta uno sforzo della leadership di tornare alla norma. Dalla Rivoluzione culturale, infatti, la Commissione centrale del Politburo ha avuto 5 o 7 membri. È arrivata a 9 durante il 16esimo Congresso, dieci anni fa. In teoria, invece, una Commissione a 7 membri dovrebbe rendere il processo decisionale più efficiente. La cosa più importante da notare è che dal 18esimo Congresso in poi, i funzionari responsabili della Propaganda e dell’attuazione della legge saranno solamente membri ordinari del Politburo. Questi due Dipartimenti sono fra i meno popolari fra la popolazione. E lo stesso vale per i membri della Commissione che li hanno guidati: Li Changchun, che guida il Gruppo principale per l’ideologia e la propaganda, e Zhou Yongkang, che guida la Commissione centrale politico-legale. Il gruppo di propaganda ha l’incarico, fra l’altro, di censurare i media e internet: inclusi i social network in rapida espansione. La Commissione – che supervisiona la polizia, la polizia segreta, gli uffici dei procuratori e i tribunali – è la prima arma che il Partito usa per mettere i dissidenti dietro le sbarre e gestire i circa 150mila casi di violenze sociali e proteste che avvengono ogni anno. Sarebbe sbagliato pensare che l’apparente “retrocessione” di questi due incarichi voglia dire per forza che le autorità sono pronte ad adottare una politica più liberale o tollerante nei confronti della censura e della lotta contro gli elementi “anti-Partito” o “destabilizzanti” nella società. È possibile, invece, che venga messa sotto la lente l’impero dell’apparato per l’attuazione della legge, un edificio senza precedenti costruito dall’attuale responsabile. Sotto l’aggressiva gestione di Zhou – membro della Commissione permanente – il budget per la wei-wen (la politica “preservare la stabilità) ha superato per due anni di fila quello destinato all’Esercito di liberazione del popolo. Molto dipende inoltre dall’orientamento politico dei membri della Commissione permanente che avranno il compito di gestire questi due Dipartimenti. Ad esempio è possibile che il membro del Politburo incaricato di gestire il Gruppo per la censura debba riferire al capo della Commissione centrale disciplinare, l’agenzia anti-corruzione più importante del Paese. Wang Yang, stretto alleato del presidente Hu e Segretario del Partito nella provincia meridionale del Guangdong, ha messo in atto un approccio meno draconiano nella gestione del dissenso. Questo approccio ha esordito nella gestione conciliatoria della “ribellione” messa in atto lo scorso anno dai contadini del villaggio di Wukan. Dalla primavera, la Commissione politico-legale ha chiesto ai funzionari di usare il “modello Wukan” nella gestione di proteste e scontri. Per ciò che riguarda l’altrettanto cruciale settore ideologia e propaganda,  il futuro membro del Politburo alla guida del Dipartimento sarà anch’esso chiamato a dare conto al presunto prossimo vice presidente, oggi capo del Dipartimento per l’organizzazione, Li Yuanchao. In confronto all’anziano Li Changchun, il più giovane Li è considerato un riformatore moderato. Ha la reputazione di un funzionario dalla mente relativamente più aperta, formata quando ha lavorato nei Dipartimenti della propaganda e relativi alla cultura fra il 1990 e il 2000. Sulla strada della riforma c’è anche una razionalizzazione più strutturale delle unità sotto il controllo del Consiglio di Stato. Le 27 Commissioni e Dipartimenti del Consiglio di Stato potrebbero essere ridotte a 18 attraverso una serie di fusioni e di eliminazioni. Per esempio il ministero della Scienza e della Tecnologia potrebbe essere accorpato al ministero dell’Educazione per formare un ministero dell’Educazione e delle Scienze. Allo stesso modo, i ministeri delle Risorse umane e quello degli Affari civili potrebbero essere unificati per formare un ministero del Lavoro sociale. Il ministero delle Ferrovie potrebbe essere assorbito dal ministero delle Comunicazioni e dei Trasporti. Infine, il ministero per le Risorse idriche potrebbe entrare nel ministero dell’Agricoltura. Questo piano dovrebbe compiere gli sforzi (per la maggior parte inutili) effettuati dal premier Wen e dal vice premier esecutivo Li Keqiang all’inizio del 2008, quando i due cercarono di rendere le decisioni governative più fluide attraverso la formazione di diversi “super-ministeri”. Dobbiamo notare però che dare una nuova veste agli organi del Partito e del Consiglio di Stato appartiene al campo della ristrutturazione amministrativa, non alla liberalizzazione politica o alla riforma della struttura politica. Da alcuni segnali mandati dai media ufficiali si capisce che non ci sono molte possibilità che il Segretario generale Hu si stia preparando a presentare iniziative di riforme maggiori nel suo Rapporto politico, che presenterà al 18esimo Congresso e che segnerà le politiche del Partito per i prossimi cinque anni. Hu ha già parlato il 23 luglio degli affari del Partito davanti ai maggiori rappresentanti del Partito, del governo e dell’esercito a Pechino. Questo discorso è considerato un precursore di quello che terrà al Congresso: “Dobbiamo spingere senza tregua verso le riforme e l’apertura del Paese. Il Partito non deve mai divenire ossificato o stagnante”. Il capo del Partito ha poi sottolineato che la leadership comunista “porterà avanti una riforma della struttura politica”. In sostanza, però, ha voluto dire soltanto che “la sintesi organica dei principi della leadership prevede che la popolazione sia padrona della nazione e dominata dalla legge”. Questi slogan sono molto inferiori rispetto a quelli prenunciati da Hu subito dopo la sua presa di potere nel corso del 16esimo Congresso del Partito nel 2002. Nel 2003, al contrario, il presidente ottenne infatti molti elogi dopo l’enunciazione dei cosiddetti ‘Tre nuovi principi del Popolo’. “Il potere deve essere usato per il popolo; i profitti devono essere conseguiti per il popolo; i sentimenti dei compagni comunisti devono essere attaccati al popolo”. Nell’ultimo decennio si è raggiunto un minimo successo soltanto in un’area della riforma politica, la “democrazia all’interno del Partito (dangnei minzhu)”, che ha dato ai funzionari e ai membri del Partito qualche opportunità in più di scegliere i propri leader. Ad esempio le “elezioni competitive (cha’e xuanju)”, nelle quali i candidati hanno superato le posizioni da assegnare, che si sono svolte per la prima volta quest’anno, quando i membri del Partito hanno scelto i 2.270 deputati per il Congresso. I candidati erano il 13,4 per cento in più rispetto ai deputati. Come in passato, la cha’e xuanju sarà messa in atto in occasione della scelta dei membri della Commissione centrale da parte dei delegati del congresso: qui ci si aspetta qualche sorpresa. Secondo un recente rapporto del vice direttore del Dipartimento per l’Organizzazione Wang Jingqing, il margine di eliminazione al 16esimo Congresso del Partito è stato “maggiore del 10 per cento”. Al 17esimo, cinque anni fa, la proporzione è divenuta “non meno del 15 per cento”. Al momento, la critica più dura ai fallimenti della squadra di Hu e Wen nella strada della riforma politica è arrivata da Deng Yuwen, un senior editor del giornale del Partito Study Times. In un articolo scritto per Caixin, in cui Deng analizza i 10 anni dell’amministrazione Hu-Wen, Deng ha accusato la leadership di “aver fallito nella messa in opera di una riforma politica e della democratizzazione”. Ha poi aggiunto che un lavoro in quest’area “è nelle attese della popolazione con un margine che è largo in maniera considerevole”. Deng ha definito la liberalizzazione politica “la questione più importante che la Cina deve affrontare… una [questione] che è particolarmente difficile da risolvere”. L’intellettuale riformista ha chiesto inoltre a Pechino di lanciare le elezioni a suffragio universale a livello delle contee. Dato che lo Study Times è una pubblicazione della Scuola centrale del Partito, diretta dal vice presidente Xi, alcuni ritengono che l’articolo ha raccolto il sostegno del probabile successore di Hu. Il pezzo, tuttavia, è stato rimosso dal sito web Caixin dopo poche ore. Come nel caso della totale mancanza di trasparenza che ha circondato la “sparizione” di Xi, la leadership del Partito si dimostra ancora una volta a favore delle tradizionali operazioni “in nero”. E questo non sembra portare bene a delle riforme significative nel prossimo futuro.

Fonte: Asia News, 25 settembre 2012

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