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Per il 70% dei cinesi, le autorità hanno paura di internet

Il 70% dei cinesi è convinto che i dirigenti politici avversano internet per timore che siano rivelate loro notizie personali, o addirittura fatti di malgoverno. Lo indica un’indagine del People’s Tribune, rivista bisettimanale del People’s Daily, quotidiano del Partito comunista cinese.

Al questionario hanno risposto 5.943 internauti, mentre 300 funzionari pubblici hanno compilato un diverso questionario distribuito dalla rivista People’s Forum.

L’indagine segue i molti casi di pubblici funzionari che sono stati costretti a dimettersi, o sono finiti in carcere, dopo che su internet erano uscite notizie delle loro presunte malefatte. Come Zhou Jiugeng, funzionario edile di Nanjing, condannato a dicembre a 11 anni di carcere per corruzione, all’esito di un’indagine avviata dopo che su internet erano uscite fotografie e dettagli precisi circa il suo tenore di vita assai costoso. O l’arresto di Han Feng, funzionario del Guangxi, dopo che a marzo era stato pubblicato su internet il suo diario con rivelazioni su “scappatelle” sessuali e fatti di corruzione.

Il 90% degli intervistati ritiene questa forma di supercontrollo benefica per la società.

La Cina ha la più vasta comunità internet mondiale, con 404 milioni di utilizzatori a fine marzo secondo i dati ufficiali e in continuo incremento (erano circa 300 milioni a fine 2008, 386 milioni a fine 2009). Il 50% di loro accede a internet tramite apparecchi telefonici mobili. Ci sono oltre 45mila portali web.

Quanto esce su internet ha rapidissima diffusione nell’intero Paese, soprattutto venendo ripreso dai numerosissimi e assai seguiti blog, e gode di molta attenzione da parte delle autorità.

Fra l’altro molti esperti sono convinti che le autorità possano coprire le malefatte di funzionari disonesti e impedire che siano rivelate, per cui la pubblicazione su internet costituisce un modo sicuro e privilegiato di ottenere trasparenza. Liu Xutao, professore della China National School of Administration e coordinatore dell’indagine, ritiene positivo che i pubblici funzionari temano  internet, anche per l’effetto esimente. Osserva che “se è bloccata la via principale –le notizie ufficiali- allora l’esposizione deve passare attraverso la strada secondaria, che è internet”. “D’altra parte, [questo risultato] riflette come gli altri media non sono riusciti a svolgere un ruolo di controllori”.

Molto diversa la posizione dei 300 funzionari che hanno risposto ai questionari. Un dirigente comunista dell’Henan contesta che la gente non è responsabile per le notizie che mette su internet e che in questo “orribile” ambiente i funzionari potrebbero essere colpiti per un clamore eccezionale su piccole infrazioni o addirittura per pure dicerie. Ma altri funzionari hanno risposto che chi non ha fatto nulla non teme le chiacchiere e altri dicono che internet permette di far emergere molti fatti illeciti.

Intanto Pechino si muove per rendere sempre più capillari la censura e il controllo su internet. Negli scorsi giorni Wang Chen, ministro dell’Ufficio informazione del Consiglio di Stato, ha confermato che saranno presto emanate norme più rigide per i controlli su internet. Allo studio l’obbligo di registrazione con il proprio vero nome per chi accede tramite telefoni cellulari. Chi accede tramite computer già deve dare le generalità per registrarsi e accedere a internet.

All’opposto, Shiyu Zhou, del Consorzio per la libertà globale di Internet, collegato al Falun Gong (movimento religioso messo fuori legge in Cina), ha rivelato che il Dipartimento di Stato Usa ha offerto loro 1,5 milioni di dollari per dotarsi della tecnologia e dei mezzi necessari per aggirare la rigida censura esistente contro di loro in Cina. La notizia, non confermata da fonti ufficiali, arriva subito prima dell’apertura dei Colloqui Cina-Usa sui diritti umani, che riprendono in Washington dopo due anni di stop. La censura cinese su internet è tra le questioni che saranno oggetto del dibattito.

Fonte: Asianews, 13 maggio 2010