PELI ESPLOSI

Della bella rassegna “Ciak sul cinema tibetano Roma 25-27 ottobre 2008”, organizzata da ASIA onlus e co-finanziata dal Ministero degli Affari Esteri italiano, presso il Nuovo Cinema Aquila, Il Corriere della Sera riportò un breve annuncio il secondo giorno e La Repubblica non scrisse nulla. Del film cinese “Lettere dal braccio della morte” su Il Corriere nulla, ma su La Repubblica più di mezza pagina con luogo e data precisi: Roma, Nuovo Sacher, cinema di Nanni Moretti, 4 dicembre! Impossibile trattenersi dal vederlo! Puzza di regime lontano un miglio! Il racconto filmico, le ultime lettere dei condannati a morte alle famiglie, è essenziale e coivolgente. Ambienti scuri o scurissimi. Uso ossessivo del primo piano, che rende ogni spettatore membro del gruppo di criminali attivo nel film al momento e comunica l’impressione angosciosa di non poter fuggire, neanche dalla sala di proiezione. Il piano lungo, cielo lattiginoso senza sole, è raro, riservato ai poliziotti. I detenuti sono atticciati e muscolosi, aitanti e ben nutriti, qualche boss persino obeso. Aspettano tutti il secondo verdetto, che li condannerà a morte o alla sospensione temporanea della pena. Sono rappresentate l’umiliazione e la sottomissione dei nuovi arrivati, i servili che cercano di guadagnare la benevolenza del capo malavitoso, i maldestri che non offrono abbastanza all’avida gerarchia dei detenuti e vengono subito malmenati. Si sente una voce che canta nella notte e si intuisce che un giovane e una giovane, entrambi speaker della radio della prigione, si stanno innamorando l’uno dell’altra. Tutti promettono a qualche divinità di comportarsi bene se concederà un verdetto favorevole. Negli squallidi ambienti del carcere si susseguono le letture delle varie sentenze; morte o proroga dell’esecuzione, come si susseguono le dettature delle varie lettere alle famiglie. Un prigioniero rievoca brevemente la sua vita, le donne con cui si è divertito e asserisce di non temere la morte “che è solo una brutta cicatrice”, discorso agghiacciante soprattutto per il tono con cui viene pronunciato. Un finto (o autentico ?) pazzo si comporta da spia, è scoperto e viene selvaggiamente picchiato dai compagni di cella. Un altro, che sarà ucciso il giorno seguente, riceve una rivista pornografica per distrarsi, gualcisce con frenesia le figure rappresentate, come per afferrare un’ultima volta la vita, e tenta, nonostante le manette, di darsi piacere da solo, scoppiando poi in un pianto dirotto. Questa è una delle poche inquadrature che non è in primo piano a sottolineare la disperata esclusione del morituro. La sentenza di morte è comunicata anche alla speaker del carcere, che si abbiglia e si trucca minuziosamente, prima di dettare l’ultima lettera alla famiglia, e dichiara allo scrivano:” Chiedo una cosa sola. Donare gli organi agli altri, perché la parte sana di me sopravviva. E’ la mia ultima espiazione“. Come volevasi dimostrare.
Nel volume/documento “Cina traffici di morte….” prodotto dalla LAO GAI Foundation, sempre a proposito della predazione degli organi dei condannati a morte senza il loro consenso, è riportata l’esclamazione di una poliziotta: “Sono criminali, se danno gli organi, che male c’è? Sarà la loro ultima buona azione!”. La speaker del film, la poliziotta del libro, La Repubblica e tutti gli innumerevoli, poco attenti o in malafede, amici della Cina dimenticano che prelevare un organo senza il consenso del morituro o dei suoi familiari è un ignobile reato (vilipendio di cadavere?)se compiuto da un privato. Se poi il reato è compiuto e reiterato da un governo, su scala industriale e sotto segreto di stato, non esiste la parola per indicarlo. Bisogna inventarla.
In Cina nessuno dona gli organi perché per tradizione il corpo va restituito integro agli antenati. Il consenso all’espianto, ammantato da atto di generosità, della condannata è una menzogna compiacente del film.
La LAOGAI Foundation é orgogliosa di avere per prima in Italia e in Europa svergognato la Cina
per la consuetudine barbarica di commerciare gli organi predati ai condannati a morte, strappando il vestito buono che Hu Jintao indossa sul grembiule da macellaio.
E si lusinga di aver tanto sporcato la faccia della Cina con quest’ombra, così inquietante, da provocare un’ inaspettata risposta: una pellicola di accurata disinformazione.
Cina, abolisci gli orrori, impara a dire la verità! Solo allora sarai leader.

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