Pechino vuole distruggere il Dalai Lama, ma senza di lui non ci sarà pace in Tibet

Roma, Italia – Carri armati, internet oscurato, frontiere chiuse, posti di blocco, 100 mila militari che controllano strade e monasteri: con una situazione da legge marziale il Tibet celebra quella che la Cina chiama i 50 anni dalla liberazione dello schiavismo e che i tibetani definiscono invece l’inizio del genocidio culturale del loro popolo, con milioni di morti, prigionieri, esecuzioni sommarie, emarginazione economica e sociale.

Il Tibet, con cultura, lingua, religione specifiche, per secoli ha avuto un rapporto di vassallaggio con l’impero cinese. Ma solo con Mao Zedong, e con un’invasione militare nel 1950 esso è stato definito parte integrante della Cina. Nel marzo del ’59, una rivolta contro l’occupazione militare viene soffocata nel sangue e il Dalai Lama fugge in India, diventando il profugo più illustre del mondo.

Per Pechino il Dalai Lama è un lupo vestito da agnello, un demonio sotto vesti di angelo; un capo politico e non il capo religioso di una minoranza; uno che gira il mondo per convincere le diplomazie alla secessione e l’indipendenza del Tibet. In realtà, da molti anni, il Dalai Lama chiede di continuo che venga salvata solo l’autonomia culturale e religiosa del Tibet, lasciando alla Cina tutto il potere e il territorio. Ma Pechino non si accontenta: vieta le foto del Dalai Lama e i canti in suo onore; controlla i monaci e le reincarnazioni, e appena scatta una manifestazione, scatena la repressione violenta, come l’anno scorso prima delle Olimpiadi, quando sono state uccise 200 persone.

L’interesse della Cina per il Tibet è anzitutto economico: la regione himalayana, oltre che per il turismo, è ricchissima di minerali di rame, alluminio, uranio. Ma è anche nazionalistico: il timore del Partito è che se il Tibet guadagna l’autonomia, altre regioni della Cina potranno chiederla, sbriciolando l’unità della nazione e il potere del Partito. Lo stesso presidente Hu Jintao ha affermato ieri che è urgente “costruire una Grande Muraglia nella nostra lotta contro il separatismo e salvaguardare l’unità della madrepatria”. Egli stesso, nell’89capo del Partito in Tibet, ha decretato la legge marziale, sopprimendo con le armi le manifestazioni tibetane

Nell’attuare la legge marziale in questi giorni, il ministro degli esteri Yang Jiechi ha messo in guardia anche i Paesi del mondo perché non ospitino più il Dalai Lama, nemmeno come capo religioso. Data la sua importanza per l’economia mondiale, sempre più Stati ubbidiscono alla Cina. Fra questi l’India, il Nepal, la Corea del Sud e si vede già qualche segnale fra i Paesi europei e gli Stati Uniti.

Il problema è che, soprattutto fra i giovani tibetani, la disperazione e l’impazienza sta spingendo alla lotta violenta. E soltanto il Dalai Lama potrebbe ricondurli a un dialogo pacifico. Senza di lui, e con le pretese totalitarie di Pechino, ci si può aspettare solo nuovo sangue e nuova violenza.

fonte: AsiaNews, 10 marzo 2009

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