Pechino vira sul mercato interno

L’attuale dirigenza cinese lancia la rivoluzione commerciale. Per ora, quindi, rimane una situazione di protezione delle ditte cinesi e il governo vuole fare leva anche su ciò per incrementare il consumo interno e trovare un “nuovo” mercato per i molti prodotti finora esportati. I dati in merito sono chiari: le importazioni cinesi sono state pari a oltre 1.000 miliardi di dollari nel 2009, ponendo Pechino come secondo maggior Paese importatore dopo gli Stati Uniti; anche se il dato – come scrive il magazine Time Asia – non consente di accertare quale sia la parte di materie prime e quali i prodotti lavorati o semilavorati.

E’ noto comunque, tra quanti seguono gli andamenti dei mercati finanziari asiatici, che i rapporti economici tra Cina e Stati Uniti sono strettissimi e per l’America il legame è sempre più “strangolante”. Un dato significativo riguarda il bilancio dell’import-export: lo scorso anno gli Stati Uniti hanno importato da Pechino beni per 27,9 milioni di dollari contro i 5,8 milioni di export delle industrie statunitensi verso la Cina. Pechino, inoltre, detiene circa 790 miliardi di dollari di buoni del tesoro Usa (o “debito” Usa), più di un decimo del totale, e ogni anno incassa 50 miliardi di dollari di interessi.

Ma non tutto fila liscio. Anzi, si delineano alcune nubi cariche di problemi che sollecitano una certa pluralità di interpretazioni. Perchè nonostante una crescita prevista del 16%, questo 2010 potrebbe anche essere un anno durissimo dal punto di vista finanziario. Il rischio, infatti, è che esploda la bolla relativa alle proprietà immobiliari e che aumenti in maniera vertiginosa l’inflazione, facendo così decollare il costo della vita. Lo sostengono due ricercatori che operano nelle stesse strutture del governo cinese, Yao Zhizhong e He Fan, che in un articolo sull’organo ufficiale China Securities Journal avvertono: “Se il governo continua a immettere stimoli economici pari a quelli del 2009, l’anno appena iniziato sarà molto pericoloso”.

I problemi principali riguardano l’inflazione, in rapida crescita dopo l’immissione di troppo denaro contante da parte di Pechino e la bolla immobiliare. Se questa dovesse esplodere, l’economia reale del Paese – considerando l’indotto collegato alla produzione edile – ne risentirebbe fortemente, con conseguente aumento della disoccupazione e lo stop del settore.

L’allarme dei due economisti (che potrebbe anche annunciare effetti devastanti) nasce dai prestiti bancari concessi dalla Cina nella prima settimana di gennaio, per un valore totale di 600 miliardi di yuan (circa 60 miliardi di euro). Ovviamente, la cifra scaturisce dallo sblocco dei fondi delle richieste presentate alla fine del 2009, ma rappresenta comunque un introito valutario estremamente ampio. I prestiti sono confermati sempre dal China Securities Journal, che cita come fonte Ba Shusong, vice direttore dell’Istituto di finanza del Consiglio di sviluppo statale.

Secondo i due economisti, Pechino dovrebbe dunque limitare gli stimoli. Ma il ministro cinese delle Finanze, Xie Xuren, non è d’accordo. Ha definito “pericoloso” interrompere troppo presto le politiche di sostegno all’economia. Secondo Xie, tuttavia, le misure “dovrebbero aiutare a implementare il consumo interno dei nostri prodotti”. All’atto pratico, ha concluso il ministro, “dovremmo agire per aumentare i salari, in particolar modo quelli degli operai e dei contadini; riformare le politiche di tassazione e continuare a spendere per i lavori pubblici, come scuole e ospedali”.

E mentre informazioni e polemiche si susseguono il vicepremier Li promette “ampie riforme” al fine di permettere al mercato di giocare un ruolo primario nella distribuzione delle risorse. A commento delle sue dichiarazioni, Usa e Ue dicono che Pechino tiene basso il valore della sua moneta in modo artificiale, per favorire i prodotti cinesi a danno di quelli degli altri Paesi. Ma non pare che per ora la Cina intenda lasciare che la sua valuta si allinei secondo le leggi di mercato.

Una tale condotta viene annunciata a Shangai dove il Divy caijing ribao – un giornale dedicato alle questioni economiche economiche – rileva tra l’altro che la Cina nel 2009 ha registrato un crescita dell’8,7% e ha superato la Germania come primo esportatore mondiale. Di qui l’aspirazione di molti paesi industrializzati ad entrare con i loro prodotti nel mercato cinese che, oggi più che mai, è in grande espansione. Ma qui si scontrano varie linee di interpretazione. Con molti esperti occidentali che – scrivono gli analisti del South China Morning Post – sostengono che non è possibile verificare i dati sulla crescita cinese e che le imprese cinesi e il mercato interno appaiono molto sostenuti, sia dai finanziamenti statali, sia dai moltissimi prestiti bancari erogati per tassi minimi.

Secondo dati ufficiali, le banche, nei primi venti giorni di gennaio, hanno concesso nuovi finanziamenti per oltre 1000 miliardi di yuan (altre fonti parlano di 1.450 miliardi). Dato assai superiore al limite fissato per l’intero 2010 di 7.500 miliardi di prestiti bancari. E in occidente si invitano gli istituti a valutare con grande attenzione i nuovi prestiti, nel timore che i finanziamenti bancari siano impiegati in manovre speculative (ad esempio per acquistare azioni oppure immobili da rivendere in breve tempo) piuttosto che per favorire la produzione. E così la Banca di Cina e la Banca Commerciale hanno sospeso temporaneamente nuovi finanziamenti, con la Banca centrale che ha anche indicato a diverse banche di aumentare le riserve di denaro, così da drenare la liquidità dal mercato dei finanziamenti.

Nessuno, quindi, può tirare un sospiro di sollievo, pur se la strategia attuale di Pechino – quella di puntare sul mercato interno – coinvolge sempre più vasti strati del mondo economico locale.

Fonte: Finanza in Chiaro, 16 febbraio 2010

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