Pechino rassicura il mondo “Trascineremo la ripresa”

DAVOS – La Cina rivendica il ruolo di locomotiva: ha salvato il mondo da una recessione che senza di lei sarebbe stata ancora più pesante. Promette che il suo “consumatore frugale” diventerà sempre più disponibile ad acquistare prodotti occidentali, sarà il mercato di sbocco del futuro. E’ pronta a un giro di vite nella sua politica monetaria, se necessario per evitare una bolla speculativa. Ma ammonisce l’Occidente: guai se cederà alla tentazione del protezionismo, rifarebbe gli stessi errori che portarono alla Grande Depressione degli anni Trenta. Sono i messaggi che ha portato al World Economic Forum l’astro nascente della nomenklatura di Pechino, il vicepremier Li Keqiang, destinato entro un biennio a incarichi ancora più elevati (è in corsa per la poltrona di presidente o primo ministro).

L’arrivo della maxidelegazione cinese a Davos quest’anno ha avuto tratti spettacolari, quasi un’Opa lanciata dalla Repubblica Popolare sul summit svizzero. Con duecento tra alti dirigenti governativi, imprenditori e banchieri, la rappresentanza di Pechino ha fatto ombra a quella americana e a tutte le altre nazionalità. Una prestigiosa palazzina a pochi metri dal centro del summit, che negli anni passati ospitava il quartier generale della Cnn, quest’anno è diventata la China House: affittata dalla tv di Stato Cctv e usata dalla delegazione di Pechino per eventi speciali e relazioni pubbliche. Sparpagliati in diversi alberghi, gruppi di cinesi hanno esposto bandiere rosse e improvvisato concerti serali di tamburi per festeggiare anche in trasferta il loro Capodanno.

Al vicepremier gli organizzatori del vertice hanno riservato il secondo posto nella gerarchia dei discorsi ufficiali, subito dopo il presidente francese Nicolas Sarkozy. Ma a differenza del francese, Li Keqiang non ha fatto polemiche dirette. Ha evitato accuratamente temi tabù come la “guerra del cyberspionaggio” contro Google. Ha interpretato il ruolo della superpotenza sicura di sé. Esattamente un anno fa, qui a Davos lo aveva preceduto il premier Wen Jiabao. Che nel momento più acuto della crisi mondiale lanciò dallo stesso palcoscenico una promessa solenne: “La Cina nel 2009 continuerà a crescere, con un aumento del Pil dell’8%”. Il suo vice ieri ha potuto assaporare il trionfo: “Abbiamo fatto di più, l’anno scorso la crescita ha raggiunto l’8,7%”.

Una perfomance inaudita, viste le circostanze, che mette la Repubblica Popolare in una posizione di forza. Li ne ha rivendicato il merito alla decisa azione del governo, che nel gennaio 2009 varò una manovra di spesa pubblica da 400 miliardi di euro, quasi dell’entità di quella americana ma partendo da una situazione ben più florida dei conti pubblici. “Abbiamo agito con tempestività e determinazione – ha detto – e la spesa pubblica ha contribuito per sei punti di crescita del Pil. Abbiamo dato un contributo positivo alla crescita degli altri paesi: le nostre importazioni sono cresciute fino al secondo posto nella classifica mondiale”. Conoscendo le critiche verso i veti di Pechino che hanno contribuito al fiasco di Copenaghen, il vicepremier ha sottolineato che nella manovra di investimenti pubblici hanno avuto un peso rilevante le energie rinnovabili: “Dovranno soddisfare il 15% del fabbisogno nazionale entro il 2020”. Ha illustrato la strategia di sviluppo della nazione più popolosa del pianeta: “Vogliamo abbandonare i settori manifatturieri arretrati, puntando invece sull’innovazione e le attività produttive più avanzate”.

Ma l’Occidente non deve avere paura, ha spiegato Li, perché il mercato cinese sarà ricco di opportunità. “Siamo ancora una nazione in via di sviluppo, per il reddito pro capite ci collochiamo solo al centesimo posto mondiale. Ogni anno dieci milioni di contadini emigrano dalle campagne nelle città. In passato il nostro popolo era famoso per la sua frugalità nei consumi, ma ora le aspettative di un tenore di vita migliore si diffondono, lo abbiamo visto con il successo ottenuto dai nostri incentivi per le vendite di elettrodomestici nelle regioni rurali”. Dunque è interesse dell’Occidente riprendere la via della liberalizzazione degli scambi mondiali. “Il protezionismo – ha ammonito Li – avrebbe come conseguenza quella di esasperare la crisi. A causa delle guerre commerciali dopo il 1929 il mondo sprofondò nella Grande Depressione”. Nessun cenno alle accuse di Sarkozy, che il giorno prima aveva parlato di “manipolazione della moneta” e “concorrenza sleale”. Il vicepremier invece ha rivendicato una riforma delle istituzioni di governance globale, a cominciare dall’Fmi, per renderle più rappresentative delle nuove gerarchie tra le nazioni.

Federico Rampini da “Repubblica”, 29 gennaio.

Una piccola nota di un nostro socio: Giuliano Rossi
Che la Cina sia in corsa per assumere la assoluta leadership mondiale economica e finanziaria e, Dio non voglia, anche quella politica, credo che ormai sembri un traguardo prossimo anche ai meno esperti. Ai discorsi e alle promesse di distensione e di cooperazione si contrappongono non solo le accuse e le minacce all’America e al capitalismo occidentale in generale, ma soprattutto dei fatti macroscopici quali il commercio di prodotti illegali provenienti dallo sfruttamento di un popolo di detenuti in schiavitù e un espansionismo neo imperialista senza precedenti. Al frastuono  dedicato dall’informazione alle  trionfanti  comparse del gigante cinese, assorda il silenzio sui disastri che produce la sua concorrenza sleale sulle nostre economie occidentali. Una propaganda da cortina di ferro dei nostri giorni, dove il filo spinato è sostituito da un’acquiescenza alquanto sospetta della grande informazione.

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