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Pechino, pugno di ferro. Retate contro i vescovi

Monsignor Feng Xinmao, vescovo ufficiale di Hengshui è stato sequestrato da 100 poliziotti e portato di forza a Pechino. Decine di fedeli hanno cercato di salvarlo dalle grinfie dei poliziotti, che hanno assediato per ore la casa del prelato. L’atto di forza, che ricorda i tempi di Mao e della Rivoluzione culturale vuole obbligarlo a partecipare all’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi che si tiene dal 7 dicembre nella capitale. L’Assemblea, che è «l’organismo sovrano» della Chiesa, dovrebbe eleggere i presidenti dell’Associazione Patriottica (Ap) e del Consiglio dei vescovi, due organismi che il Papa definisce contrari alla fede cattolica, perché miranti a creare una Chiesa indipendente da Roma.
Nel marzo scorso, la Commissione vaticana per la Chiesa in Cina ha chiesto ai vescovi cinesi di evitare «di porre gesti (quali, ad esempio, celebrazioni sacramentali, ordinazioni episcopali, partecipazione a riunioni) che contraddicono la comunione con il Papa, che li ha nominati Pastori, e creano difficoltà, a volte angoscianti, in seno alle rispettive comunità ecclesiali». Seguendo le indicazioni della Santa Sede, molti vescovi e responsabili ecclesiali non vogliono parteciparvi, ma il governo li sta forzando a prendere parte al raduno. Per convocare almeno qualche prelato, l’Ap ha messo agli arresti domiciliari alcuni dei vescovi che hanno partecipato all’ordinazione illecita di Chengde, lo scorso 20 novembre. Per quella occasione, otto vescovi erano stati sequestrati e obbligati a partecipare alla cerimonia, condannata dalla Santa Sede come «una grave violazione alla libertà religiosa». Da dopo l’ordinazione illecita, monsignor Feng Xinmao era stato costretto a vivere in isolamento, senza poter vedere alcun fedele, sotto il controllo della polizia. In questi giorni è morto un sacerdote molto anziano e lui ha chiesto di poter almeno celebrare i funerali. La polizia prima ha rifiutato, poi, dietro la minaccia del vescovo di attuare uno sciopero della fame, gli è stato concesso di presiedere alla messa funebre. Alla fine delle esequie i fedeli e i suoi sacerdoti lo hanno preso e portato nell’episcopio, da dove mancava da quasi un mese e si sono messi a guardia del loro vescovo perché non venisse ancora portato in isolamento. La polizia e rappresentanti del governo, con almeno 30 camionette, ha assediato l’episcopio e dopo diverse ore è riuscito a prendere il vescovo e a trasferirlo a Pechino. Negli scontri vi sono stati alcuni feriti. Uno dei fedeli, piangendo, ha commentato ad Asia News: «Il nostro povero vescovo non ha alcuna libertà». In diverse altre diocesi si registrano pressioni e “deportazioni” a Pechino dove vescovi e responsabili laici saranno costretti a partecipare all’Assemblea. Un altro episodio di violenza riguarda il vescovo monsignor Li Lianggui di Cangzhou. Dopo l’ordinazione illecita, il prelato è scomparso, forse perché non vuole di nuovo costretto a partecipare all’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi. La polizia, dopo averlo ricercato nel territorio diocesano, ha minacciato tutti i fedeli: o il vescovo ritorna sotto il loro controllo, o diramerà un ordine di cattura in tutta la Cina, additandolo come «un pericoloso criminale ricercato». Nei giorni scorsi Benedetto XVI aveva lanciato un appello per la Chiesa cinese che «sta vivendo momenti particolarmente difficili». Egli ha pure domandato ai fedeli di tutto il mondo di pregare per «tutti i vescovi cinesi, a me tanto cari, affinché testimonino la loro fede con coraggio, riponendo ogni speranza nel Salvatore che attendiamo».
Bernardo Cervellera