Pechino lancia una nuova stretta contro le Ong

Il governo cinese continua a ostacolare in ogni modo il lavoro delle Organizzazioni non governative che operano sul proprio territorio. Neanche il disastroso terremoto che ha colpito la provincia occidentale del Qinghai, infatti, ha ammorbidito la linea di Pechino, che vede nelle Ong delle pericolose “cellule di infiltrazione” che mettono a rischio la gestione unica (da parte del Partito) di ogni risorsa umana ed economica.

L’ultima denuncia in ordine di tempo arriva da Guo Jianmei – avvocato di fama e fondatrice del Centro per la ricerca e i servizi legali a favore delle donne – che in un documento pubblico scrive: “Il nostro lavoro è sempre più colpito da un sistema legale pieno di buche, sistemi di sostegno bacati, interferenze amministrative, politiche locali protezionistiche, protezionismo industriale e pratiche di corruzione nel sistema giuridico”.

Il gruppo della Guo, che rappresenta in tribunale le donne povere che non possono permettersi un avvocato, è stato da poco allontanato dall’Università di Pechino, con cui collaborava. Secondo un rappresentante anonimo dell’ateneo, che garantiva protezione politica alla Ong, “questa decisione fa parte dei processi metabolici dell’istituzione universitaria”. Ma un professore, anonimo, aggiunge: “La verità è che al gruppo era stato chiesto di non accettare più casi legali esterni, ma non l’ha fatto”.

Le Ong straniere in Cina sono più libere di quelle locali. Il governo non teme le prime perché il loro impegno sul territorio è temporaneo e, in caso di crisi, possono essere espulse con facilità. Le seconde invece sono molto temute perché, mostrando le falle del sistema sociale, sono ritenute un “potenziale fattore di disarmonia sociale” e quindi di destabilizzazione. Nonostante le gravi crisi umanitarie e ambientali che hanno colpito il Paese, Pechino preferisce non permettere ai volontari di operare sul campo anche a rischio della vita dei sopravvissuti.

Dal primo marzo scorso, inoltre, un nuovo regolamento ufficiale impone strettissimi regolamenti alle Ong cinesi che ricevono donazioni dall’estero: fra questi, accordi stretti davanti a un notaio e complicati e dettagliatissimi documenti che spiegano l’origine e la destinazione dei fondi. Secondo alcuni esperti, però, le nuove regole si applicano soltanto alle Organizzazioni indipendenti, lasciando quelle statali libere di operare (e ricevere denaro).

Queste nuove leggi sono retroattive, e questo significa che sono a rischio tutti. Wan Yanhai, fondatore del famoso Istituto Aizhixing (che opera contro la diffusione dell’Aids nel Paese) teme la chiusura del suo centro per una serie di indagini fiscali lanciate dall’Ufficio dell’erario di Pechino. Le autorità hanno chiesto a Wan – che ha da poco lasciato la Cina – di produrre “tutti i documenti relativi alla ricezione di fondi dal 2002 a oggi, pena l’arresto”. L’attivista ritiene questa richiesta “semplicemente impossibile da soddisfare”.

Una fonte di AsiaNews che lavora in Cina nel campo dell’assistenza ai disabili spiega le differenza fra le Ong che vengono dall’estero e quelle cinesi, più controllate perché ritenute pericolose: “I gruppi stranieri sono il braccio di un ente che comunque vive all’estero: vengono qui, investono i loro fondi e se ne vanno. Naturalmente hanno bisogno dell’autorizzazione del governo, ma questo tende a concederne sempre di più, e con sempre meno restrizioni”.

Per registrare una Ong cinese, spiega ancora, “occorre avere un fondo in banca, un immobile, un rappresentante legale e tante altre cose, richieste in tutti i Paesi del mondo. Ciò che invece è richiesto solo qui in Cina – fenomeno unico al mondo – è l’obbligo di trovare uno sponsor governativo che faccia da tramite e garantisca le Organizzazioni presso il governo. È una sorta di garante e di intermediario, molto difficile da trovare nel governo: temono infatti che un buon lavoro da parte delle Ong faccia risaltare il pessimo lavoro ufficiale”.

Fonte: AsiaNews, 21 maggio 2010

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