Pechino, il Vaticano e i compromessi con l’Associazione Patriottica

Roma, Italia – A poco più di un anno dall’ordinazione del loro vescovo, i cattolici di Pechino sono divisi sulla stima verso di lui, e crescono sempre più coloro che lo accusano di essere un traditore della Santa Sede.

Mons. Giuseppe Li Shan, 44 anni, è stato ordinato il 21 settembre del 2007 con l’approvazione del papa. Ma da poco più di un anno al potere, il suo atteggiamento verso il Vaticano sembra essere cambiato. I cattolici dicono che colui che era giunto per sostituire il vescovo patriottico Michele Fu Tieshan, morto un anno prima, cammina a grandi passi verso una ripresa del patriottismo e dell’autonomia dalla Santa Sede.

Mons. Li Shan “schiavo” dell’Ap

I fedeli sono infatti sbalorditi dal suo modo di fare e dai suoi discorsi che sembrano sempre più scivolare in un servilismo totale verso l’Associazione Patriottica, il cui scopo è edificare e controllare una Chiesa cattolica indipendente da Roma.

Alcuni suoi discorsi, in particolare, sono molto rivelativi. Il primo è stato dato il 25 novembre scorso durante un corso di formazione per sacerdoti e fedeli. Il vescovo ha parlato dei progressi vissuti dalla Chiesa grazie ai 30 anni dalle riforme di Deng Xiaoping. I fedeli sottolineano che già utilizzare un corso di formazione alla fede per fare un’analisi delle riforme di Deng Xiaoping e delle sue modernizzazioni è una “tassa pagata al potere politico”. Il contenuto è ancora più sconcertante. In esso infatti mons. Li Shan difende l’operato del suo predecessore, mons. Fu, che “ha iniziato la gloriosa tradizione di amare la patria e amare la Chiesa” e l’ha diffusa nella diocesi di Pechino. Lo slogan “amare la patria, amare la Chiesa” è proprio lo slogan dell’Associazione Patriottica (Ap), che vuole sottomettere la vita della Chiesa all’obbedienza al Partito comunista.

Più oltre mons. Li Shan dice che “l’opera di amare la patria, amare la Chiesa ha subito gravi interferenze da parte del potere politico straniero e della Chiesa clandestina in Cina”. Qui l’accusa al Vaticano è evidente: nei discorsi di Partito è proprio la Santa Sede ad essere considerata “uno stato straniero che vuole interferire negli affari interni della Cina, sotto il manto della religione”.

Mons. Li prosegue: “Alcune persone hanno puntato gli occhi sulla nostra diocesi, su Mons. Fu, svalutando il frutto che abbiamo avuto in questi anni, che è molto più di quanto sia avvenuto nei 700 anni precedenti, creando difficoltà…cercando di convincerci a lasciare il principio dell’autogestione [autonomia da Roma – ndr] della Chiesa, facendoci ritornare nel passato”.

Per il futuro, mons. Li Shan afferma che è necessario “mantenere l’idea di amare la patria, amare la Chiesa e continuare a camminare sulla via dell’autogestione della Chiesa” perché queste due direttive sono “la garanzia fondamentale per uno sviluppo sano dell’opera della Chiesa nella capitale”.

“Questi due principi – dice infine – sono i frutti che abbiamo imparato dalla storia semi-coloniale[1] della Chiesa cinese del passato, sono anche l’esperienza preziosa della nuova vita e sviluppo della Chiesa cinese nella società socialista della nuova Cina”.

Naturalmente, per tutta questa opera egli rivendica la necessità dell’Ap e quella della “democrazia” nella Chiesa, secondo cui elezioni di vescovi, pastorale, teologia, scelte sono affidate alle votazioni di un’assemblea di vescovi, sacerdoti e laici sempre dominata dall’Ap, svilendo il carattere sacramentale della Chiesa stessa[2].

Un discorso con toni molto simili è stato tenuto da mons. Li Shan alla vigilia di Natale 2008. Alle 7 di sera egli ha ricevuto la visita di Ye Xiaowen, direttore dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi; Zhou Ning, direttore della seconda sezione del Fronte Unito; Tong Genzhu, vice Ministro del Dipartimento centrale del Fronte Unito; e tanti altri, compreso il vicesindaco di Pechino Niu Youcheng.

Anche in questa occasione i fedeli sono rabbrividiti. Mons. Li Shan – che sembrava dover finalmente concludere l’epoca di Fu Tieshan che, asservito al Partito, ha sempre rifiutato la riconciliazione con la Santa Sede – ha ringraziato il governo di Pechino per l’aiuto e il sostegno su ogni aspetto della vita della Chiesa, assicurando che essa continua a tenere alta la bandiera “dell’amare la patria, amare la chiesa”, e a seguire la strada di “indipendenza e di autogestione della Chiesa” [dalla Santa Sede – ndr], cercando di rendere la Chiesa Cattolica un modello nella costruzione della società armoniosa.

In tutti questi discorsi e pronunciamenti, il tono e gli slogan usati sono caratteristici proprio del linguaggio del Partito e del periodo più radicale del comunismo in Cina, quello della Rivoluzione culturale. I fedeli si stupiscono e si domandano come mai, in poco tempo, il loro pastore “si è trasformato in una Guardia Rossa”, mostrando un servilismo verso l’Ap e il potere, ancora più spinto di quello del suo predecessore.

Mons. Li Shan era conosciuto come un bravo sacerdote, semplice, di non vasti orizzonti, ma fedele al papa, capace di entusiasmare i giovani e soprattutto aperto alla Chiesa sotterranea. I suoi discorsi contro “gli Stati stranieri” e la Chiesa sotterranea rappresentano un cambiamento a 180 gradi dal suo modo di pensare.

Secondo informazioni ricevute da AsiaNews, l’autore del discorso non è mons. Li Shan, ma il segretario generale dell’Associazione patriottica di Pechino, Shi Hongxi, noto per le sue visioni radicali. Altre informazioni dicono che il discorso è stato messo in mano al vescovo all’ultimo momento, prima di pronunciarlo, senza poter rendersi conto di quanto vi era scritto. Ma la ripetizione in tre diverse situazioni degli stessi slogan fa temere che il vescovo, se non d’accordo con quanto letto, sia perlomeno succube dell’Associazione patriottica.

E qui si apre un altro problema.

L’Ap, fondata nel 1958, da 50 anni tenta in tutti i modi di dividere la Chiesa, ordinando vescovi senza il permesso del papa. Negli ultimi decenni, molti vescovi della Chiesa patriottica, hanno domandato perdono per la loro situazione di distacco e grazie alla magnanimità di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI, si sono riconciliati con la Santa Sede. Nel gennaio 2007, lo stesso Vaticano aveva annunciato che la “quasi totalità” dei vescovi ufficiali (riconosciuti dal governo) sono ormai in comunione piena con la Santa Sede[3].

La Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (30 giugno 2007) riaffermava questa forte comunione e soprattutto metteva in luce che l’Ap è una struttura contraria alla fede cattolica, precisando proprio che: “attuare i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa è inconciliabile con la dottrina cattolica” [4].

Che il vescovo di Pechino, approvato dal Vaticano, si metta a difendere ciò che è “inconciliabile” con la Chiesa cattolica è davvero uno smacco per il Vaticano. In un blog tenuto da alcuni fedeli si parla di mons. Li Shan come di una “bomba ad orologeria” e di uno schiaffo a se stesso, un autogol da parte del Vaticano[5].

Secondo informazioni ricevute da AsiaNews, mons. Li Shan è pentito di quanto ha fatto e giustifica il suo comportamento con le pressioni che è costretto a sopportare. In effetti, proprio a causa della Lettera del papa e della ritrovata unità fra i vescovi cinesi, il Fronte Unito e le Associazioni patriottiche hanno lanciato da più di un anno una serie di iniziative per ricondurre all’obbedienza i vescovi ufficiali cinesi. Fronte Unito e Ap continuano a convocarli, obbligandoli a partecipare a convegni, incontri, studi, sessioni politiche, tanto da rendere molto precario il loro lavoro pastorale. I vescovi non hanno possibilità nemmeno di potersi incontrare fra loro da soli, e passano da una vita in solitudine – alla mercé dei segretari dell’Ap – a incontri comuni sotto il controllo e il lavaggio di cervello ad opera del Fronte Unito e dell’amministrazione statale degli affari religiosi.

Pochi suggerimenti dal Vaticano

Per rafforzare i vescovi nell’unità e frenare l’influenza dell’Ap, il 22 aprile scorso il Vaticano ha inviato una lettera a tutti i vescovi cinesi in comunione con Roma. La lettera, a firma del Segretario di stato, card. Tarcisio Bertone, è diretta a circa 90 vescovi della Chiesa ufficiale e sotterranea ed ha impiegato mesi per essere recapitata a tutti. Alcuni di loro l’hanno ricevuta solo nel dicembre 2008. In essa il card. Bertone sottolinea “i principi fondamentali della fede cattolica” e ricorda il valore della comunione dei vescovi col papa e fra di loro. Per questo egli, a nome del pontefice, domanda a tutti i prelati di “esprimere con coraggio il vostro ufficio di pastori”, promuovendo la natura cattolica della Chiesa e cercando di ottenere maggiore libertà di attività dalle autorità civili attraverso un dialogo diretto e rispettoso. Il cardinale spinge i vescovi ad “agire insieme”, richiedendo il diritto di incontrarsi come gruppo e di poter discutere in libertà dei loro problemi, senza interventi esterni. E infine suggerisce ai pastori di trovare “una posizione corretta da adottare riguardo a quei corpi a cui si riferisce la sezione n.7 del documento papale”. Il riferimento è proprio all’Ap e all’idea della Chiesa indipendente e auto-gestita.

L’importanza del documento sta nel fatto di suggerire per la prima volta la possibilità che vescovi ufficiali e sotterranei si incontrino insieme; esso però evita di suggerire un atteggiamento comune da tenere verso l’Ap e i comitati dei rappresentati dei cattolici. La Lettera del papa afferma che essi sono contrari alla dottrina cattolica, ma non domanda ai vescovi ufficiali di uscirne.

Secondo alcuni vescovi sotterranei un atteggiamento più deciso da parte della Santa Sede sarebbe più efficace.

Fino ad ora i vescovi ufficiali hanno cercato di ignorare le pressioni dell’Ap, ma con poco frutto; allo stesso tempo alcuni vescovi sotterranei hanno tentato di farsi riconoscere dal governo senza iscriversi all’Ap, ma nessun governo locale ha accettato, riaffermando la centralità dell’Ap nella politica governativa verso le religioni.

Il problema diviene ancora più urgente perché sono in preparazione degli incontri a livello nazionale per votare il nuovo presidente dell’Associazione patriottica e il presidente del Consiglio dei vescovi cinesi [una specie di conferenza episcopale, che raduna solo i vescovi ufficiali, non riconosciuta dalla Santa Sede]. L’elezione delle due cariche dovrebbe tenersi nel Congresso nazionale dei rappresentanti cattolici. Esso dovrebbe avvenire in questo periodo, dato che le due cariche sono vacanti da tempo: il vescovo patriottico Michele Fu Tieshan, eletto presidente dell’Ap nel ’98, è morto nel 2007;  mons. Giuseppe Liu Yuanren, vescovo patriottico di Nanchino, eletto presidente del Consiglio dei vescovi nel 2004, è morto nel 2005.

La campagna di controllo sui vescovi, il costringerli a tutta la serie di convegni e sessioni politiche, le celebrazioni per i 50 anni delle auto-elezioni e auto-ordinazioni dei vescovi cinesi promosse dal Fronte Unito e dall’Ap sono una preparazione a piegare ogni ostacolo da parte dei vescovi ufficiali e a sottometterli alle tradizionali strutture di controllo.

Il timore di molti cattolici, ufficiali e sotterranei, è che mancando indicazioni più precise ed incisive da parte della Santa Sede, i vescovi ufficiali si lascino trasportare dagli eventi e da interpretazioni personali sulla Lettera del papa, giungendo a compromessi.

Nel mesi scorsi, a oltre un anno dalla Lettera del pontefice ai cattolici cinesi, AsiaNews ha svolto un’inchiesta fra i vescovi in Cina su come vengono recepite le indicazioni di Benedetto XVI. Alcune risposte sono stupefacenti. Da una parte diversi vescovi hanno elogiato il valore della Lettera e dell’insegnamento del pontefice, che spinge all’unità con lui e fra di loro; dall’altra essi sembrano non essere toccati per nulla dal fatto che il documento definisca gli ideali e la politica dell’Ap come “inconciliabili” con la dottrina cattolica.

Così, nelle risposte, diversi vescovi ufficiali si sono sciolti in elogi sperticati dell’Associazione, del suo “aiuto alla Chiesa” “ai bisognosi”, “che si prende cura della religione”. Alcuni vescovi della Cina centrale giungono perfino ad affermare che l’Ap “è un’unica cosa con la Chiesa”.

Un cattolico della Cina del Nord ha dichiarato ad AsiaNews: “I vescovi ufficiali mancano di coraggio. Se Pechino domanda loro di incontrarsi, tutti subito si muovono e si radunano. In questo modo essi non attuano le indicazioni contenute nella Lettera del papa, ma rischiano di tornare indietro, a un passato di schiavitù. Purtroppo, i vescovi sotterranei, che hanno sempre tenuto all’unità con il papa anche a costo della vita e della libertà, sono quasi tutti agli arresti domiciliari; alcuni sono scomparsi e altri sono in prigione”.

Altri fedeli, soprattutto quelli di Pechino, accusano i vescovi di essere avidi di potere e di denaro: questo sarebbe il motivo dei loro compromessi. “Forse – dice una fedele della Nantang, la cattedrale dell’Immacolata, nella capitale – mons. Li Shan non sarà molto ambizioso, ma è circondato da collaboratori la cui ambizione è smisurata e pur di riuscire a piacere al governo e guadagnarci, sono pronti a qualunque compromesso e a svendere anche un minimo di libertà della Chiesa”.

Un sacerdote della Chiesa sotterranea è più clemente. “Questi nuovi vescovi della Chiesa ufficiale – dice – sono persone giovani, tutte attorno ai 40 anni. Essi non hanno mai vissuto in un regime di piena libertà e per loro è da sempre ovvio che i cristiani debbano sottostare al controllo dello Stato anche in affari strettamente religiosi. D’altra parte, le grandi figure della Chiesa cinese sono ormai scomparse e loro si ritrovano senza modelli”.

Il timore di vescovi e fedeli è che di fronte a questa situazione di debolezza, nel 2009 si apra un nuovo capitolo di ordinazioni illecite senza il permesso della Santa Sede, ricostruendo un nucleo “patriottico” di prelati, perfettamente obbedienti al Partito. La cosa potrebbe portare al blocco delle tante conversioni al cristianesimo, che avvengono nel mondo della società civile e fra gli intellettuali, che stanno riscoprendo l’insegnamento della Chiesa come il fondamento alle loro richieste di libertà e di rispetto dell’individuo[6].

Card. Zen: Niente più compromessi

Davanti a questa situazione ambigua e ingarbugliata, è emersa la voce chiarificatrice e netta del card. Joseph Zen di Hong Kong, che ha domandato a vescovi e preti della Chiesa ufficiale di essere più coraggiosi e di non scivolare nei compromessi con il regime. Del suo intervento abbiamo già parlato, ma in questo contesto vale la pena riprendere la tematica.

In un articolo nell’edizione del 4 gennaio del settimanale diocesano Gong Jiaobao (tradotto poi anche nel settimanale in inglese Sunday Examiner), egli esorta vescovi e sacerdoti cinesi di avere le virtù di santo Stefano, il primo martire e a non sottostare sempre alle indicazioni dello Stato contrarie alla fede. Nell’articolo dal titolo “Ispirazione dal martirio di santo Stefano”, il card. Zen fa un’analisi sugli sviluppi della Chiesa cattolica in Cina negli ultimi 2 anni, ricordando le ordinazioni episcopali illecite (senza permesso della Santa Sede) nel 2006 quando – egli dice “con dispiacere” – una diecina di vescovi, approvati dal Vaticano, vi hanno preso parte per paura, timore e talvolta perché ingannati.

Egli ricorda poi il raggio “di speranza” apertosi nel 2007 con un incontro in Vaticano sulla Chiesa in Cina e soprattutto con la diffusione della Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi. Il vescovo di Hong Kong sottolinea che nella Lettera, il papa afferma che l’Associazione patriottica cinese ha dei fini contrari alla fede cattolica e aggiunge che è proprio l’Ap la “causa maggiore di tutti i problemi della Chiesa in Cina”.

A questo proposito, il cardinale si scaglia contro alcune interpretazioni della Lettera (fatta in particolare dal missionario Jerome Heyndrickx cicm), secondo cui sarebbe finita l’era della Chiesa sotterranea ed è tempo che tutti i vescovi entrino nella Chiesa ufficiale. In realtà, afferma il cardinale, il papa “ammira la loro fedeltà senza cedere al compromesso e li incoraggia a perseverare”, come testimoniato da un discorso di Benedetto XVI all’Angelus di santo Stefano del 2006.

Davanti a una situazione che rischia il forte compromesso, l’esperienza della Chiesa sotterranea viene ad avere ancora più valore. Proprio per questo, il card. Zen si scaglia contro le celebrazioni avvenute a Pechino lo scorso 19 dicembre, in cui si festeggiavano i 50 anni delle ordinazioni episcopali autonome in Cina[7].

Per il vescovo di Hong Kong non c’è nulla da celebrare perché il metodo delle “auto-elezioni” e delle “auto-ordinazioni” è stato voluto da forze radicali dell’estrema sinistra negli anni ’50, che guardavano il papa come un rappresentante dell’imperialismo. Ma questa visione è ormai sorpassata, in un periodo come questo, in cui la Cina celebra i suoi 30 anni di riforme economiche, attuate in opposizione a quella mentalità radicale.

“Forzare i cattolici a fare qualcosa contro la loro coscienza – scrive il cardinale – è un grave insulto alla dignità di ogni cittadino cinese [e perciò] non c’è nulla di cui essere orgogliosi, nulla da celebrare.. Lanciare questa celebrazione mostra che quelli che sono in alto non vogliono abbandonare la presa del potere e costringono la nostra grande nazione a portare la vergogna dell’arretratezza su questo aspetto”.

Per il porporato è chiaro che tutta l’enfasi delle celebrazioni sui 50 anni dell’Associazione patriottica (Ap) e sui 50 anni delle “auto-elezioni” e “auto-ordinazioni” è una preparazione a degli incontri per votare il nuovo presidente dell’Associazione patriottica e il presidente del Consiglio dei vescovi cinesi. E suggerisce ai vescovi di boicottare il raduno prossimo venturo. Egli si domanda: “Prendere parte a una tale ‘assemblea’ non è qualcosa in totale disprezzo alla Lettera del papa? Non è come dargli uno schiaffo in faccia? La vostra coscienza vi permette questo? Il popolo di Dio lo accetterà? Forse questo porta onore alla nostra nazione? Ci potrà essere speranza che si possa tornare presto a una situazione di normalità e godere di libertà di fede e religione?”.

All’interno dell’articolo, il card. Zen racconta anche che alcuni nella Chiesa cinese vanno facendo l’elogio del compromesso e dell’ambiguità: “Qualcuno, parlando ai fratelli della comunità non ufficiale [sotterranea] pare aver detto: Noi siamo molto intelligenti nell’accettare il compromesso! Siamo in comunione col Santo Padre e [allo stesso tempo] siamo riconosciuti dal governo. Essi ci danno soldi. Noi possiamo prenderci cura dei fedeli, ma voi preferite andare in prigione; preferite morire. E poi… i vostri fedeli rimangono abbandonati, senza nessuno che si prenda cura di loro”.

Il porporato aggiunge: “Dunque il martirio sarebbe divenuto una stupidaggine? È assurdo! Questa è una visione miope! Il compromesso può essere una strategia provvisoria, ma non può durare per sempre. Essere uniti al Santo Padre in segreto e allo stesso tempo essere parte di una chiesa che si dichiara autonoma è contraddittorio”.

Il card. Zen conclude con un invito fraterno: “Cari fratelli vescovi e sacerdoti, guardate all’esempio di santo Stefano; a tutti i martiri della nostra storia! … Ricordate, le nostre sofferenze per la fede sono la fonte della vittoria, anche se al momento esse possono sembrare una sconfitta”.

[1] “Coloniale” perché “asservita” al Vaticano: è un tipico slogan maoista.

[2] Tutto il discorso, in lingua cinese, fino a poco tempo fa era disponibile sul sito della diocesi di Pechino. Sul sito era anche possibile leggere il discorso tenuto da mon. Li Shan il 19 dicembre, alle celebrazione dei 50 anni dalle prime elezioni e ordinazioni episcopali autonome [dalla Santa Sede]. Anch’esso è scomparso nei giorni scorsi.

[3] Cfr. AsiaNews.it, 20/01/2007, Il Papa prepara una Lettera ai cattolici della Cina.

[4] Cfr. “Lettera…”, Libreria Editrice Vaticana, 2007, p. 23 e Nota 36 sull’Ap.

[5] La definizione era stata usata all’ordinazione di mons. Li Shan e ripresa in queste settimane dopo i famosi discorsi.

[6] Cfr. AsiaNews, gennaio 2009, Carta 08: cambiare la Cina col rispetto dei diritti umani, pp. 28-32.

[7] Cfr. AsiaNews.it, 20/12/2008 Pechino: il Vaticano deve tagliare con Taiwan e non interferire negli affari interni.

Fonte: AsiaNews, 3 Febbraio 2009

 

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