Pechino ha imposto un 2011 di repressione e tortura

Il terrore provocato dalla Primavera araba nella leadership cinese ha reso il 2011 l’anno peggiore dal punto di vista dei diritti umani dell’ultimo decennio. Mentre tutto il mondo condannava l’arresto dell’architetto e attivista Ai Weiwei, altri 3.832 dissidenti sono finiti in carcere. Di questi, 159 sono stati torturati in maniera ripetuta e hanno riportato delle menomazioni perenni. Inoltre, l’86 % di questi arresti non ha alcuna base legale. Sono alcuni dei dati presenti nel Rapporto annuale sullo stato dei diritti umani in Cina pubblicato dal Chinese Human Rights Defender, organizzazione che monitora lo stato della dissidenza nel Paese. Secondo il direttore internazionale del gruppo Renee Xia, la “repressione del gelsomino” – il nome dato dagli attivisti cinesi alla reazione di Pechino contro ogni attività simile a quella dei Paesi arabi e mediorientali – ha provocato “il livello più basso mai registrato nella libertà di espressione, di culto e di parola in Cina. Non si vedeva una politica così feroce dai tempi del Movimento per la difesa dei diritti lanciato nei primi mesi del 2000”. Il dato più allarmante riguarda le “sparizioni forzate” nei confronti dei dissidenti e degli attivisti per i diritti umani. Il governo cinese ha approvato lo scorso agosto un nuovo emendamento al Codice di procedura penale che di fatto permette alle autorità di fermare per un periodo indeterminato e in un luogo nascosto qualunque cittadino: nonostante sia un’aperta violazione alla Costituzione, l’emendamento è stato attuato sin dal primo giorno dopo l’approvazione. Nel corso dell’Assemblea nazionale del popolo in corso dovrebbero essere apportate delle modifiche, ma il testo è ancora nascosto. Grazie a questo nuovo strumento, nel corso del 2011 la polizia ha portato 2.795 dissidenti nelle cosiddette “black jail”, prigioni nascoste, senza avvertire familiari o legali dell’arrestato; 163 sono stati costretti ai domiciliari; 25 sono stati allontanati con la forza in un’altra provincia rispetto a quella di residenza; 7 sono stati ricoverati in maniera coatta negli ospedali psichiatrici. Nelle prigioni vere e proprie sono finiti 89 dissidenti; 72 sono stati condannati alla detenzione criminale, nei bracci speciali del carcere; 60 condannati ai lavori forzati. Di tutti questi casi, l’86 % non ha alcuna base legale; il 6 % ha una base, ma incerta. Un altro dato allarmante riguarda la libertà di espressione. Sempre impauriti dalla diffusione delle rivolte arabe, per la maggior parte avvenuta su internet, Pechino ha imposto a 260 milioni di internauti la registrazione tramite dati anagrafici: l’annullamento della privacy online, tuttavia, non ha impedito le critiche al regime su Weibo, il popolare sito di microblogging interno. Eppure, il 30 % degli utenti è stato identificato nel corso dell’anno e gli è stato intimato di “smetterla di diffondere notizie false e anti-statali”. Anche se non presente nel Rapporto, la libertà religiosa è uno degli aspetti più colpiti in questo 2011. Le auto-immolazioni in Tibet, la repressione nei confronti delle chiese domestiche dei protestanti, le ordinazioni illegittime dei vescovi cattolici e le molestie nei confronti dei sacerdoti, la presenza militare nel Xinjiang musulmano sono aumentate a livelli impressionanti. Il governo teme la libertà religiosa, che permette alla popolazione di uscire dall’indottrinamento del regime, e cerca da sempre di limitarla con ogni mezzo a disposizione.

Fonte: Asia News, 11 marzo 2012

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