Pechino e Tokyo non mollano: si avvicina un conflitto aperto

Lo sforzo diplomatico teso a scongiurare una guerra aperta per la sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu sembra essere fallito. Il governo nipponico ha richiamato “con forza” l’ambasciatore di Pechino a Tokyo dopo che ieri – per buona parte della giornata – un gruppo di vascelli cinesi ha navigato nelle acque contese. Nel frattempo, anche la penisola coreana sembra un focolaio di conflitto: Seoul ha avvertito infatti che il regime della Corea del Nord “è pronto” per un nuovo test nucleare.
L’ultima provocazione marittima da parte cinese arriva dopo mesi di azioni – militari e diplomatiche – che hanno contrapposto i due governi. L’arcipelago non ha un valore ben definito: di sicuro è importante dal punto di vista strategico, e si pensa che abbia un sottosuolo ricco di risorse energetiche naturali. La proposta avanzata dal governo di Taiwan (anche lui in corsa per la rivendicazione) di “sfruttare insieme” le risorse lasciando perdere la questione della sovranità non è stata accolta.
Lo scorso 2 febbraio il primo ministro giapponese Shinzo Abe – considerato un “falco” in politica estera – ha visitato Okinawa e ha dichiarato la propria intenzione di difendere il Sol Levante “dalle provocazioni”. Pochi giorni prima, per la prima volta in un decennio, il suo governo ha approvato un aumento considerevole della spesa militare. E oggi il Segretario del Gabinetto nipponico Yoshihide Suga ha definito le azioni cinesi “del tutto inaccettabili: l’ambasciatore cinese è stato convocato per ascoltare le nostre forti proteste”.
Secondo diversi esperti della politica orientale, i due governi non cercano davvero una soluzione pacifica per il problema. Anche se la questione della sovranità esiste di fatto sin dalla fine della II Guerra mondiale, sia Tokyo che Pechino l’hanno tenuta sottotraccia fino al settembre del 2012, quando sono esplose le rivendicazioni reciproche. Il motivo reale sarebbe la necessità di mantenere alti – sia in Cina che in Giappone – i toni nazionalistici per distrarre la popolazione dalla crisi economica e dal passaggio di poteri che si è verificato a Pechino.
Lanxin Xiang, professore di politica internazionale a Ginevra, sostiene in un articolo apparso sul South China Morning Post che “è arrivato il momento, per la Cina, di affidare la propria politica estera a degli esperti lasciando da parte i tecnocrati, che si muovono su basi sbagliate. La nuova leadership comunista deve fare i conti con la rielezione di Barack Obama e con la crescita delle tensioni nell’area del Pacifico: servono professionisti veri”.
Una delle ipotesi più accreditate sostiene che, in realtà, i governi coinvolti potrebbero accettare di combattere una rapida guerra per la sovranità delle isole. Le teorie economiche moderne indicano nelle guerre un “buon modo per fare cassa”, e di sicuro le strutture economiche di Tokyo e soprattutto di Pechino (iper-produttrice su scala mondiale) avrebbero un giovamento dal conflitto.
Ma la guerra nell’area potrebbe scatenare anche un altro attore, la penisola coreana. Seoul ha avvertito ieri che sarebbe “imminente” un nuovo test nucleare da parte del regime di Pyongyang. Secondo l’ambasciatore sudcoreano alle Nazioni Unite, Kim Sook, nei siti nucleari del Nord “c’è molta attività, tutti stanno monitorando la situazione”. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato alla fine di gennaio una risoluzione che inasprisce le sanzioni contro il governo del Nord, colpevole di aver condotto un test missilistico fuori dall’autorizzazione internazionale.
Ora, nonostante la situazione economica interna sia disperata, Pyongyang avrebbe preparato una nuova provocazione bellica. L’ambasciatore Kim ha chiesto al Palazzo di vetro “misure ferme e forti” in caso di nuovi test nucleari; ora si attende un pronunciamento della Cina – ultimo grande alleate della Corea del Nord – considerato l’unico Paese in grado di esercitare un’influenza sul regime di Kim Jong-un.

Fonte: Asia News, 5 febbraio 2013

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