Pechino contro tutti. La Cina sempre più dura in politica estera

Sfide minacciose richiedono risposte fuori dall’ordinario. L’amministrazione del Partito comunista cinese (Pcc) si è ritrovata sulla difensiva in modo particolare nella regione dell’Asia-Pacifico. Le liti per la sovranità sul Mar cinese meridionale che la Cina ha ingaggiato con diversi altri Stati dell’Asia sud-orientale sono giunte a un punto morto con il prolungato stanziamento navale di vascelli cinesi e filippini sullo Scarborough Shoal (noto anche come isolotto Huangyan). Rimane alta anche la tensione con il Vietnam, un altro attore nella disputa sulle posizioni cinesi riguardo le isole del Mar cinese meridionale. India e Giappone, che hanno entrambi contenziosi territoriali con la Cina, hanno aumentato i legami militari con Filippine e Vietnam. Inoltre, il Segretario americano alla Difesa Leon Panetta ha annunciato nel corso dell’annuale Dialogo sulla sicurezza di Shangri-La, che si è svolto a Singapore all’inizio di giugno, che il Pentagono stanzierà entro il 2020 circa il 60 % della propria capacità navale – incluse 6 portaerei da battaglia – nel teatro dell’Asia-Pacifico. Questo annuncio sembra dare sostanza al “pivot” asiatico annunciato in pompa magna dal presidente americano Barack Obama all’inizio del 2012. Questi sviluppi hanno in apparenza costretto l’apparato che cura la politica estera di Pechino a esacerbare le tattiche aggressive nelle arene diplomatiche e militari, così come annunciato lo scorso anno.

Da Deng a Hu: rivoluzione totale
In teoria, gli alti dirigenti e funzionari del Partito e del governo non hanno abbandonato il famoso diktat dell’anziano patriarca Deng Xiaoping, che nei primi anni ’90 disse: “Tieni un profilo basso e non assumere mai la guida”. Ma un numero sempre crescente di influenti docenti universitari e di consiglieri militari di Pechino sostengono che, dato l’aumento dell’importanza cinese (oramai quasi una super-potenza) e l’intensificarsi della competizione con gli Stati Uniti e i suoi alleati asiatici, l’approccio “da basso profilo” è divenuto troppo obsoleto. Secondo il noto teorico militare Yang Yi, molto pubblicato nel Paese, “non è più possibile per la Cina mantenere un basso profilo. Quando un’altra nazione infrange la nostra sicurezza o i nostri interessi, dobbiamo mettere in atto una risoluta auto-difesa”. Parlando con la Xinhua, l’ammiraglio Yang ha aggiunto: “Le misure di contrattacco adottate da Pechino dovrebbero essere di breve durata, di poco costo ed efficienti. E non devono lasciare spazio per ambiguità o altri effetti non graditi”. Il “falco” Global Times – un derivato del Quotidiano del Popolo – ha scritto in un editoriale che “per salvaguardare i propri interessi nazionali, la Cina deve impegnarsi per difendere i propri principi e avere il coraggio di confrontarsi con diverse nazioni allo stesso tempo”. Nei fatti, è difficile sostenere che l’immediata reazione di Pechino alle dichiarazioni di Panetta sia stata preparata in base al mantra del “basso profilo” di Deng. Il capo della delegazione cinese ai Dialoghi di Shangri-La, il colonnello generale Ren Haiquan, ha scelto la linea dura per rispondere ai piani del Pentagono di aumentare la propria presenza navale in Asia: “Prendiamo in considerazione anche gli scenari peggiori”. Ren, che è anche vice comandante dell’Accademia cinese di Scienze militari, ha aggiunto: “Se gli interessi cinesi verranno colpiti, le nostre misure in risposta saranno terrificanti”. Allo stesso tempo, un buon numero di commentatori militari dei media ufficiali cinesi hanno fatto minacce non troppo velate sulla possibilità di usare mezzi militari per risolvere questioni diplomatiche. Il general-maggiore Luo Yuan, popolare commentatore, ha più volte sottolineato che l’Esercito di liberazione popolare è pronto a “dare una lezione alle Filippine”. Luo, in un commento scritto lo scorso mese, ha poi biasimato quegli elementi nazionalisti all’interno e all’estero del governo di Manila che cercano di infiammare i rapporti con la Cina: “Se le Filippine non riescono a rimanere al proprio posto, dobbiamo insegnarli la disciplina”. Riguardo le presunte provocazioni della Marina filippina, Luo ha avvertito: “Abbiamo più volte scelto un atteggiamento conciliante, ma siamo arrivati ai limiti della nostra tolleranza. Non c’è più bisogno di mostrarne altra”.

Le “linee rosse” dei falchi comunisti
Un fattore emblematico della nuova e più assertiva posizione presa da Pechino è la cosiddetta “politica estera degli interessi nazionali fondamentali” e, per estensione, della linea rossa della diplomazia. In parole povere significa che Pechino vuole tracciare delle “linee rosse” intorno a quelle zone geografiche che sembrano integrate agli “interessi nazionali vitali” della nazione. Se una potenza straniera dovesse infrangere queste linee, Pechino si riserva il diritto di rispondere tramite l’esercito e altre tattiche che prevedono l’uso della forza. Per tradizione gli “interessi nazionali vitali” della Cina si riferiscono alle questioni di unità nazionale e integrità territoriale: per esempio non si dovrà mai permettere a Taiwan, Tibet e Xinjiang di ottenere la secessione dalla madrepatria. Nel marzo 2010 sono suonate diverse campane di allarme, a Washington e in diverse altre capitali asiatiche, quando alcuni funzionari cinesi hanno detto a due alti rappresentanti del governo americano che Pechino ritiene il Mar cinese meridionale all’interno degli “interessi nazionali vitali”. In un intervento ufficiale pronunciato qualche mese dopo, il portavoce del ministero cinese degli Esteri Qin Gang ha in apparenza cercato di raffreddare la situazione rifiutandosi di fare i nomi di posti specifici, quando ha definito in maniera ufficiale gli interessi cinesi. Egli ha detto: “Le aree che riguardano la sovranità nazionale, la sicurezza, l’integrità territoriale e gli interessi di sviluppo appartengono tutte agli interessi vitali cinesi”. Dato che gli “interessi di sviluppo” della Cina potrebbero includere imponenti giacimenti di petrolio e gas – così come minerali strategici – la definizione di Qin potrebbe essere interpretata come una volontà di annettere quelle isolette del Mar cinese meridionale che si presume siano ricche di idrocarburi. Sull’onda della crisi in corso con Manila – e del drammatico annuncio di Panetta – i teorici cinesi hanno iniziato a spingere la politica delle linee rosse con più gusto che mai. Ding Gang, commentatore del Quotidiano del Popolo, ha definito il Mar cinese meridionale parte vitale degli interessi nazionali di Pechino. Sul giornale ufficiale del Partito, Ding ha scritto: “Dobbiamo tracciare una serie di linee in quel mare per gli Stati Uniti, in modo che gli americani sappiano cosa possono e cosa non possono fare. Gli americani dovrebbero inoltre essere consapevoli delle proprie tendenze egemoniche: questo non è solo necessario, ma è anche un beneficio per loro”. Alti funzionari del Partito hanno inoltre fatto riferimento all’arcipelago delle Diaoyu (anche note come Senkaku), che fa parte degli interessi vitali cinesi. Incontrando lo scorso mese a Pechino il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda, il premier cinese Wen Jiabao si sarebbe lamentato per la posizione nipponica riguardo l’arcipelago, così come per i pronunciamenti di Tokyo sulla Regione autonoma del Xinjiang. I media ufficiali hanno riportato che Wen ha chiesto con forza a Noda di “rispettare gli interessi vitali e le maggiori preoccupazioni cinesi”.

Minacce e “punizioni” per chi aiuta uighuri e tibetani
La diplomazia della linea rossa include anche la penalizzazione di una varietà di nazioni i cui leader hanno incontrato il Dalai Lama o hanno permesso al Congresso mondiale degli uighuri – che sostiene alcune forme di indipendenza del Xinjiang – di incontrarsi sul proprio territorio. Pechino ha bloccato una seria di incontri ad alto livello con il Regno Unito dopo che il primo ministro David Cameron ha avuto un “incontro privato” con il Dalai Lama, avvenuto lo scorso mese nella chiesa di san Paolo a Londra. Questo comportamento porta alla mente le “punizioni” che Pechino ha inflitto a nazioni come Germania, Francia e Stati Uniti dopo che i loro leader hanno incontrato il leader spirituale tibetano in esilio. In quasi tutti questi casi, tuttavia, Pechino ha “normalizzato” le relazioni con le nazioni penalizzate per il “fattore Dalai Lama” dopo un decente intervallo di tempo. Al massimo, qualche mese. Allo stesso modo controverso è stato l’aumento dell’uso di armi economiche da parte di Pechino per risolvere differenze diplomatiche. Durante lo scontro in corso con Manila, la Cina ha tagliato le importazioni dalle Filippine di frutta e prodotti agricoli. Ha anche chiesto alle agenzie turistiche nazionali di non visitare il Paese. Questo gesto straordinario è di fatto uno sviluppo ulteriore della controversa strategia comunista delle “terre rare”, usata per fare pressione su Tokyo alla fine del 2010 per ottenere il rilascio di un peschereccio cinese arrestato dalla Guardia costiera nipponica nei pressi delle Diaoyu-Senkaku. Anche in quell’occasione Pechino tagliò il numero di turisti cinesi diretti in Giappone. All’inizio del 2012 il Giappone, gli Stati Uniti e diverse altre nazioni hanno presentato una lamentela all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), con la quale hanno accusato Pechino di usare percentuali artificiali per limitare le esportazioni di terre rare, quei rarissimi minerali fondamentali per la produzione di numerosi prodotti tecnologici. Il Wto, nonostante le vigorose proteste di innocenza da parte cinese, hanno lanciato un’inchiesta. Fino a poco tempo fa, però, Pechino era molto cauta nel “mischiare economia e politica” nelle relazioni della Cina con le nazioni straniere. Al culmine delle proteste anti-giapponesi del 2005, i manifestanti nazionalisti cinesi chiesero di boicottare i prodotti giapponesi. I più infuocati chiesero persino al ministero delle Ferrovie di fermare l’acquisto della tecnologia per costruire i treni-razzo nipponici. Ma l’allora ministro del Commercio Bo Xilai, tuttavia, ammonì i nazionalisti di sperare le questioni economiche da quelle politiche e diplomatiche. Bo sottolineò che, in questa economia globalizzata, boicottare i prodotti giapponesi avrebbe significato colpire la Cina: “Boicottare i prodotti di un altro Paese sarebbe di detrimento per gli interessi dei produttori e dei consumatori di entrambe le nazioni. Questo colpirà la nostra cooperazione e lo sviluppo economico con altri Stati”. Il ministro aggiunse poi che “proteggeremo gli interessi legali di tutte le compagnie straniere in Cina, incluse quelle giapponesi”. Andando ancora indietro agli anni ’90 del secolo scorso, quando Pechino presentò al governo americano la richiesta annuale per ottenere lo status di “nazione preferita” chiese a diversi membri del Congresso che criticavano la situazione dei diritti umani in Cina di “separare l’economia dalla politica”. Altre prove del controverso uso cinese del proprio potere economico per segnare punti diplomatici si possono trovare nei suoi legami finanziari di antica data con molti Stati pericolosi, inclusi quelli che sono nel mirino delle sanzioni economiche delle Nazioni Unite. Pechino non solo fornisce aiuti economici alla Corea del Nord, ma commercia con essa in contravvenzione all’embargo deciso dall’Onu. Il Partito si tiene stretti inoltre i rapporti commerciali e gli investimenti da e per l’Iran. Il commercio bilaterale con questo Stato lo scorso anno ha raggiunto i 29,3 miliardi di dollari e si è decuplicato rispetto a 10 anni fa. Pechino è stata criticata anche per aver sfruttato il ritiro delle compagnie petrolifere occidentali dall’Iran: la Cina ha acquistato giacimenti e relative risorse energetiche a buon prezzo.

I frutti marci di questa politica aggressiva
È evidente che la diplomazia dal pugno duro di Pechino ha portato alcuni frutti. Per esempio la strategia delle “terre rare” sembra aver avuto un qualche ruolo nella decisione giapponese di rilasciare il marinaio arrestato nel Mar cinese meridionale alla fine del 2010. Inoltre, Manila ha iniziato ha parlare meno dopo gli attacchi economici e la pressione subita dalla Cina in seguito alla crisi relativa a quel mare. Ma allo stesso modo l’adozione di una politica aggressiva e di tattiche controverse ha colpito l’immagine globale della Cina e la sua capacità di farsi degli amici ai propri confini. Questa preoccupazione sembra essere sullo sfondo di un articolo apparso la scorsa settimana sul Global Times e intitolato “Perché lo sviluppo globale della Cina è divenuto più severo?”. Nel suo articolo provocatorio Wang Jisi, un rispettato esperto di relazioni internazionali presso l’Università di Pechino, sostiene che “mentre il bilanciamento globale dei poteri ha dimostrato che l’Est è in crescita mentre l’Ovest è in declino, la situazione internazionale della Cina non è migliorata”. Fra i numerosi fattori esterni e interni che Wang analizza ci sono le reazioni dei Paesi confinanti alle più severe politiche di Pechino: “Aumentando la propria capacità di difesa nazionale, la Cina ha fatto in modo che i propri vicini e gli Stati Uniti abbiano iniziato non solo a dubitare delle intenzioni pacifiche di Pechino, ma ha provocato anche un aumento delle loro misure difensive contro la Cina. Inoltre, questi Paesi hanno deciso di coordinare le proprie strategie relative alla Cina. E tutto questo ha provocato ulteriori pressioni sulla sicurezza nazionale cinese”. Un punto allo stesso modo pertinente, ovviamente, è se lo status globale della Cina (ed il suo senso di sicurezza nazionale) non sarebbero potuti essere migliori se Pechino avesse deciso di non usare quelle tattiche di politica estera che si sono dimostrate un’infrazione alle norme internazionali. La leadership comunista dovrebbe pensarci due volte prima di abbandonare lo spirito dello stratagemma “del basso profilo” di Deng, che segnalò in maniera non equivocabile che l’Impero di Mezzo era impegnato a rispettare le convenzioni diplomatiche internazionali.

Fonte: Asia News, 4 luglio 2012

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