Pechino contro il nuovo premier tibetano: “Illegittimo, non lo riconosciamo”

Il governo cinese ha attaccato duramente il nuovo primo ministro del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay, e ha dichiarato di non avere “alcuna intenzione” di trattare con lui o con il suo esecutivo. Nel frattempo, le autorità di Pechino continuano nella repressione religiosa dell’area: una monaca buddista è stata picchiata e poi arrestata nella provincia settentrionale del Sichuan perché aveva un volantino che chiedeva la liberazione del Tibet. Ricercatore a Harvard, il nuovo premier ha rilevato tutte le funzioni politiche che da secoli sono prerogativa del Dalai Lama, il “dio-re” dell’antica regione settentrionale. Il Premio Nobel per la pace Tenzin Gyatso – XIV “Oceano di Saggezza” – ha rinunciato al potere temporale circa un mese fa, ma rimane comunque il leader spirituale e la guida del buddismo tibetano. Il 43enne Sangay, ricercatore a Harvard, ha avuto il 55 per cento delle preferenze espresse dai 49.189 partecipanti alle elezioni (che si sono tenute il 20 marzo), sconfiggendo Tethong Tenzin Namgyal – ricercatore a Standford – di 8.646 voti. Terzo, Tashi Wangdi, rappresentante del Dalai Lama a Bruxelles, New York e Delhi. Lobsang Sangay, considerato da tempo favorito alle elezioni, si era già distinto dalla guida spirituale del Tibet dichiarando di ritenere “possibile” la completa indipendenza della regione dalla Cina, mentre il Dalai Lama si è sempre espresso per una “significativa autonomia” da Pechino. Ex leader del Tibetan Youth Congress – considerato dalla Cina un’organizzazione terroristica – è ora nel mirino delle autorità comuniste. Il “cosiddetto governo in esilio – ha dichiarato il portavoce del ministero cinese degli Esteri Hong Lei – è un’organizzazione politica creata all’estero dal Dalai Lama per coordinare e sostenere attività tese all’indipendenza. Nessuno, al mondo, riconosce questa organizzazione”. Tuttavia, il dirigente non ha voluto spiegare altro. I gruppi per la tutela dei diritti umani chiedono intanto giustizia per Jampa Tso, monaca del monastero di Badak Phuntsok Choeling (uno dei centri della rivolta anti-cinese del 2008).  Jampel Monlam, portavoce del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, spiega: “Era seduta su un ponte e chiedeva libertà per il Tibet. È stata presa, picchiata e portata via dalla polizia”. Ovviamente, nessuno è riuscito a contattarla. Per Monlam, “alla famiglia è stato detto che ha compiuto un grave crimine e che nessuno può parlare con lei per alcun motivo. Ma ha soltanto espresso una sua opinione, e questo è un diritto che non si può negare a nessuno”.

Fonte: Asia News, 29 aprile 2011

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