Pechino cede sulla rivalutazione?

La Cina sembra prossima a cedere alle pressioni americane. Pechino si appresterebbe a rivalutare, gradualmente, la sua moneta. Se confermato, sarà un punto a favore per l’Amministrazione Obama, i cui benefici saranno sentiti anche dall’Europa. Il rafforzamento della valuta cinese, renminbi o yuan, è considerato indispensabile per aggiustare i marco-squilibri dell’economia mondiale: il gigantesco attivo commerciale della Repubblica Popolare, nonché il livello troppo basso dei suoi consumi e delle sue importazioni.

Con una moneta forte le famiglie cinesi avranno maggiore potere d’acquisto, potranno consumare più prodotti stranieri, contribuendo alla ripresa delle economie occidentali.

Il segnale di svolta è giunto ieri da Pechino: un autorevole consigliere del governo ha accennato ad una “fluttuazione allargata” dello yuan rispetto al dollaro.

L’oscillazione larga prelude alla ripresa di un graduale apprezzamento dello yuan: una cauta rivalutazione era in atto fino al luglio 2008, ma fu interrotta per la crisi mondiale. Da 20 mesi lo yuan è “incollato” al dollaro.

Ma ieri Ba Shusong, economista dell’Istituto di Ricerca finanziaria, ha dichiarato che l’aggancio al dollaro “era una misura di emergenza, destinata ad essere superata”. L’Istituto è un think tank alle dirette dipendenze del governo cinese.

L’uscita dell’economista suona come una “fuga di notizie” pilotata per preparare i mercati. “I tempi di questa decisione – ha aggiunto Ba – sono collegati al ritmo della ripresa economica in Cina e negli Stati Uniti”. Una frase non troppo sibillina: la crescita cinese è tornata a ritmi vigorosi.

In quanto agli Stati Uniti, il Dow Jones “flirta” con la soglia degli 11.000 punti e il rendimento dei BoT decennali è salito sopra il 4%: due segni inequivocabili di ottimismo, e nel caso dei tassi anche un principio di timore inflazionistico legato alla ripresa.

Il cambio di tono a Pechino è evidente. Ancora fino a poche settimane fa la questione del cambio era tabù. Quando gli americani accusavano la Cina di mantenere uno yuan debole per favorire le esportazioni, Pechino rimproverava Washington di voler “scaricare su altri i propri problemi”.

Ma una svolta era nell’aria. Coincide con il disgelo tra Barack Obama e il suo omologo Hu Jintao: giovedì scorso i due presidenti ebbero una lunghissima telefonata (un’ora) per chiarire il contenzioso bilaterale.

Obama annuncio che avrebbe rinviato la decisione se definire o meno la politica valutaria cinese come una “manipolazione del cambio” (avrebbe dovuto farlo il 15 aprile). Sottraendosi così alle pressioni del Congresso che voleva varare dazi punitivi contro il made in China.

Obama era fiducioso di avere una contropartita. E si direbbe che l’asse Washington-Pechino abbia funzionato. Non bisogna aspettarsi però rivalutazioni poderose.

La prima mossa dei cinesi consisterà nell’allargare dallo 0,5% all’1% la fascia di oscillazione quotidiana consentita allo yuan verso il dollaro. La marcia al rialzo sarà a piccoli passi, e spalmata su tempi lunghi. Ma sempre meglio dello status quo attuale.

Federico Rampini 7, aprile 2010

NDR: Con la Cina …”fra il dire ed il fare c’è sempre di mezzo il mare….” dove sono le promesse riforme sulla politica del figlio unico, sui campi laojiao e sulle condanne a morte il cui numero è ancora segreto di Stato??

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