Pechino attacca i monaci per sradicare la cultura tibetana

Senza una serie di cambiamenti radicali all’interno della leadership cinese “non ci sono speranze per un miglioramento della situazione dei diritti umani in Cina o in Tibet. I monaci e i monasteri continuano ad essere nel mirino della persecuzione cinese a causa della religione buddista e di Sua Santità il Dalai Lama, che incarna l’indentità tibetana. Nei fatti, Pechino cerca di fermare i religiosi dal preservare, mantenere e trasmettere la cultura della loro regione”. Lo dice ad AsiaNews Urgen Tenzin, direttore esecutivo del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, commentando l’ondata di arresti e repressione ai danni della comunità tibetana.

Fra il 15 e il 16 maggio scorso, diversi agenti della pubblica sicurezza sono entrati nel monastero di Wada e hanno arrestato 6 monaci. Il 15 maggio Thinley e Nangsey – 25 e 27 anni – sono stati arrestati nelle loro stanze; Soegon è stato fermato mentre suonava l’allarme all’ingresso della polizia. Kelsang Gyurmey, 29 anni, è stato invece trovato nella sua casa d’origine: gli agenti erano entrati nel monastero per cercare proprio lui. Tutti e quattro i monaci studiavano filosofia buddista: al momento sono rinchiusi nel carcere della contea di Jomda.

Il 16 maggio, inoltre, i poliziotti sono tornati a Wara e hanno arrestato altri due monaci anziani: Sonam Gonpo, 40 anni, e Tagyal di 29. Gli agenti li hanno accusati di “aver fallito nell’educare i giovani monaci”, come prescritto dal programma di educazione patriottica lanciato subito dopo gli scontri dell’aprile del 2008. Proprio il monastero di Wara è stato uno dei più colpiti dalla repressione governativa per il ruolo svolto nel corso di quelle agitazioni: all’inizio degli scontri, nati proprio dal programma, i monaci avevano dichiarato: “Non tradiremo mai il Dalai Lama: siamo pronti a sacrificare le nostre vite”.

Da allora, Pechino ha lanciato una serie di arresti e violenze contro i monaci dell’area e i loro fedeli. Secondo Tenzin, “tutti noi che viviamo nel mondo libero siamo profondamente rattristati da ciò che sta accadendo in Cina. C’è un senso di inutilità, ci sentiamo incapaci di aiutare i nostri fratelli che soffrono nel Paese: l’unica cosa che possiamo fare è denunciare quanto accade, perché la Cina tiene molto alla sua immagine pubblica. Se Pechino vuole divenire un Paese responsabile, deve migliorare la situazione dei diritti umani. La non violenza è la strada da seguire”.

Fonte: Asianews, 20 maggio 2010

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