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Pechino abbassa il tiro

Gli sgargianti copricapi delle donne della minoranza etnica zhuang, i completi scuri dei deputati han, gli zucchetti ricamati dei musulmani uiguri, le uniformi verde oliva dei militari. Tutti mescolati ieri a Pechino in occasione dell’Assemblea nazionale del popolo, l’ultimo grande raduno politico prima del congresso del Partito comunista (Pcc) che nell’autunno prossimo sancirà il cambio della guardia ai vertici dello Stato. Tremila deputati arrivati da tutte le province della Cina hanno ascoltato il premier Wen Jiabao che ha aperto la sessione annuale del parlamento cinese. Nell’equivalente del discorso sullo stato dell’Unione dei presidenti Usa, Wen ha illustrato le sfide che la Repubblica popolare ha davanti nel nuovo contesto della crisi economica in Europa e negli Stati Uniti, scenario che in molti a Pechino giudicano più pericoloso di quello apertosi nel 2008 col fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Al premier che aveva promesso riforme politiche ed economiche (Usa e Banca mondiale, insoddisfatti, pretendono ulteriori aperture) e dichiarato guerra all’inflazione (riportata negli ultimi mesi sotto controllo) è toccato rivedere al ribasso (+7,5% invece che +8%) le previsioni del Pil per il 2012. È dal 2004 che la seconda economia mondiale non cresce a un ritmo inferiore all’8%. «L’economia cinese sta incontrando nuovi ostacoli» ha ammesso il premier «e i prezzi (delle materie prime, ndr) restano alti. A livello internazionale la strada per la ripresa sarà tortuosa, la crisi finanziaria globale si sta ancora sviluppando e per alcuni paesi sarà difficile alleggerire rapidamente il peso dei debiti sovrani». Dunque i prodotti «made in China» possono contare molto meno sui mercati esteri: gli obiettivi della futura leadership, del successore designato di Wen, Li Keqiang, e del presidente in pectore Xi Jinping saranno ridurre la dipendenza dal commercio (+10% previsto per il 2012 contro il +22,5% dell’anno scorso) e favorire la domanda interna per riequilibrare un modello di sviluppo che ieri Wen non ha esitato a definire «sbilanciato, poco coordinato e insostenibile». Il premier ha anche auspicato che il Paese si attrezzi a vincere «conflitti locali». L’altro ieri era stato reso pubblico il bilancio per la difesa: quest’anno sarà di 106 miliardi di dollari (+11% rispetto al 2011). Una cifra pari a 1/5 del budget del Pentagono (sia la Cina che gli Usa hanno annunciato di voler puntare molto su guerre elettroniche e cyber security), ma le dispute territoriali nel Pacifico con i vicini asiatici, l’aumento dell’interesse Usa per l’Asia e l’accresciuto ruolo internazionale stanno evidentemente spingendo sempre più su le spese per gli armamenti della Cina. Per Wen andranno ammodernate pure le forze armate di polizia, responsabili della sicurezza interna. Negli ultimi mesi i musulmani dello Xinjiang (nel Nord-Ovest) e i buddisti tibetani – in Tibet e nel confinante Sichuan – hanno alzato il livello dello scontro con le autorità di Pechino, accusate di violare i diritti umani, culturali e religiosi di uiguri e tibetani. Ieri una tibetana si è data fuoco nel monastero di Kirti (teatro di numerose immolazioni simili negli ultimi tempi). Per le associazioni pro-Tibet, prima di morire la donna avrebbe gridato slogan per l’indipendenza della regione e il ritorno del Dalai Lama. E l’assassinio, martedì scorso a Peshawar, di una cittadina cinese, è stato rivendicato da Tehrik e Taleban, una fazione dei taleban pakistani, come «vendetta per l’uccisione da parte del governo cinese dei nostri fratelli islamici nella loro provincia dello Xinjiang». In autunno, oltre al presidente e al premier, saranno rinnovati sette membri su nove della Commissione permanente del Politburo, l’organismo del Pcc che prende le decisioni più importanti. «Le stelle politiche in ascesa o quelli in odore di promozione al prossimo congresso del Partito utilizzeranno l’occasione (dell’Assemblea del popolo) per guadagnare consenso politico con un’offensiva di pubbliche relazioni: la tradizione prevede di utilizzare cene, brindisi e karaoke per costruirsi nuove amicizie» ha spiegato al South China Morning Post Zhang Ming, docente di Scienze politiche all’Università Renmin di Pechino. Gli analisti cercheranno qualche indizio sul destino politico di Bo Xilai, segretario del Pcc a Chongching, indicato fino a poche settimane fa come sicura new entry nella Commissione permanente del Politburo. Poi l’arresto, in circostanze rocambolesche e poco chiare, del suo ex capo della polizia nella megalopoli del Sichuan. Bo riuscirà a diventare uno dei nove uomini più potenti della Cina o la sua ascesa politica deve considerarsi finita? Qualche indiscrezione la si potrà raccogliere nella Grande sala che in questi giorni ospiterà l’Assemblea nazionale, ma la risposta la daranno le grandi manovre e gli intrighi dei leader del Partito.

Michelangelo Cocco

Fonte: Manifesto, 6 marzo 2012