Pechino “cancella” la bilancia commerciale con Pyongyang

Il governo cinese ha smesso di pubblicare i dati relativi al proprio commercio con la Corea del Nord. I numeri, che il governo è obbligato per legge a rendere noti, sono stati confusi in una categoria – “Paesi asiatici non specificati” – che rende di fatto impossibile identificarne la quantità reale. Si tratta di una manovra tesa ad evitare contraccolpi politici immediati, mentre le due nazioni cercano di recuperare il buon rapporto incrinato dai test nucleari di Pyongyang.
Fonte: AsiaNews, 27 ottobre 2009

 La novità è arrivata ieri, quando il ministero cinese del Commercio ha rilasciato i dati relativi a importazioni ed esportazioni per il mese di settembre. Per il secondo mese consecutivo, nella lista non era presente la voce “Repubblica democratica popolare di Corea”. Si tratta della prima esclusione da 60 anni a questa parte, ovvero dall’instaurazione dei rapporti diplomatici fra i due Paesi.

 La bilancia commerciale è composta di solito da greggio, carbone e cereali: analisti e rappresentanti dei due governi usano di solito i dati relativi all’import-export per sottolineare gli ottimi rapporti fra i due vicini. In questo modo, soprattutto i politici sono riusciti ad evitare i commenti relativi al cattivo andamento diplomatico.

 La Corea del Nord dipende essenzialmente da Pechino e Seoul. La sopravvivenza della poverissima nazione (distrutta dagli inattuabili piani di regolamentazione economica voluti da Kim Il-sung e dal figlio Kim Jong-il) è appesa al filo degli aiuti alimentari ed energetici, concessi da Cina e Corea del Sud per motivi rispettivamente politici e umanitari.

 Ma, con l’avvento al governo di Seoul dell’intransigente Lee Myung-bak, l’invio di aiuti dal lato sud della penisola si è praticamente interrotto. Il nuovo esecutivo sostiene infatti che il regime stalinista del Nord debba intraprendere delle vere azioni di riforma, prima fra tutti quella degli armamenti nucleari, se vuole continuare a godere di una corsia economica preferenziale.

 Questo modo di pensare è stato adottato, in parte, anche dal governo di Pechino. Sconvolto dai testi nucleari dell’ottobre del 2006, il governo cinese ha interrotto l’invio di greggio verso Pyongyang. Anche se i canali diplomatici non hanno mai avallato la tesi di uno stop imposto, è chiaro che non si è trattato di una casualità.

 Questo raffreddamento è durato per tutto il 2007 e per buona parte del 2008, quando Pyongyang ha continuato a minacciare il mondo con gli arsenali nucleari. La Corea del Nord, però, ha subito all’inizio del 2009 un disastroso crollo economico e la popolazione, già gravata da siccità e inondazioni, è sull’orlo del collasso. Durante la recente visita del primo ministro cinese Wen Jiabao a Pyongyang, Kim Jong-il ha cercato di ricucire i rapporti arrivando ad abbracciare l’ospite.

 Inoltre il dittatore ha dichiarato formalmente di poter tornare al tavolo dei “Colloqui a sei sul disarmo nucleare”, che il suo governo aveva definito “morti” sei mesi fa, e si è detto disponibile a ospitare gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. In questo modo, il regime ha dimostrato di voler riaprire la porta alla Cina per poter tornare a godere dei suoi aiuti economici.

 Lo scorso anno, la bilancia commerciale fra i due ha raggiunti i 2,79 miliardi di dollari: un aumento del 41,3% rispetto al 2007. Ma nei primi nove mesi del 2009 il giro di affari si è ridotto fino a toccare 1,85 miliardi. A farne le spese, soprattutto l’esportazione di petrolio: la Cina ha infatti ridotto l’invio di greggio e ha preferito aumentare quella di riso.

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