PARMA: appello al Presidente Thein Sein di Giuseppe Malpeli e Albertina Soliani per i giornalisti birmani condannati ai lavori forzati

Parma, Appello al Presidente Thein Sein di Giuseppe Malpeli e Albertina Soliani per i giornalisti birmani condannati ai lavori forzati

Appello al Presidente Thein Sein

Signor Presidente,

l’amicizia tra il popolo italiano e il popolo birmano di cui siamo interpreti ci induce a rivolgerci a Lei con fiducia.
La recente sentenza che condanna cinque giornalisti birmani nell’esercizio della loro professione, è un macigno sulla strada della transizione democratica in Myanmar.
Tutto il mondo che guarda con fiducia alla svolta verso la democrazia nel Suo Paese, non può credere che le autorità del Myanmar non valutino la gravità di questa sentenza.
Lei sa bene che se venisse meno la fiducia da parte della comunità internazionale in un autentico cambiamento democratico in Birmania, pesanti sarebbero le conseguenze per tutti.
Nell’incontro previsto in autunno in Italia a Milano tra l’Unione Europea e l’ASEAN, oggi guidato da Lei, questa sentenza dovrà essere stata cancellata.
Chi ha maggiori responsabilità in questa fase di passaggio verso la democrazia in Myanmar è chiamato a esercitarle con lungimiranza e coraggio.

Distinti saluti

Giuseppe Malpeli
Presidente dell’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania

Sen. Albertina Soliani
già Presidente dell’Associazione Parlamentare“Amici della Birmania”

Parma, 11 luglio 2014

English version:

Mr. President,

the friendship between Italian people and Burmese people that we interpreters, causes us to turn to You with confidence.

The recent judgment condemning five Burmese journalists in the exercise of their profession, is a boulder on the path of democratic transition in Myanmar.

All the world who looks with faith at the turn towards democracy in Your country, can’t believe that the Myanmar authorities don’t evaluate the severity of this judgment.

You know if international community’s trust in a genuine democratic change in Burma was less, heavy would be consequences for everyone.

Before the meeting scheduled in autumn in Italy in Milan between the EU and ASEAN, now led by You, this judgment should have been deleted.

Who has more responsibility in this phase of transition to democracy in Myanmar is called to exercise them with foresight and courage.

With best regards

Giuseppe Malpeli President of the Association for Friendship Italy-Burma

Senator Albertina Soliani Former President Parliamentary Association “Friends of Burma”

Parma, July 11st, 2014

Democratic Voice of Burma ( www.dvb.no ) ha pubblicato oggi, 11 luglio, un articolo dove cita il sindaco di Sala Baganza e Giuseppe Malpeli, dove viene affermato che la condanna internazionale al governo birmano è stata rapida e graffiante. Anche Amnety International ha dichiarato che è stato un “giorno buio per la libertà di espressione in Birmania“, mentre Reporters Sans Frontières dichiara che è una “grave battuta d’arresto per la libertà di stampa” nel Paese. Gli osservatori hanno negli ultimi mesi osservato una ricaduta notevole sulla libertà dei media causata dal governo di Thein Sein.

Nella foto manifestanti e giornalisti protestano contro l’incarcerazione dei corrispondenti di “Unity” condannati ai lavori forzati.

Laogai Research Foundation,11/07/2014

Riportiamo articolo di Asia News

Denunciano fabbrica sino-birmana di armi chimiche, 10 anni di lavori forzati a cinque giornalisti

La sentenza emessa da un tribunale della divisione di Magway, nel centro del Paese. I legali parlano di “pena sproporzionata” e annunciano ricorso in appello. L’impianto voluto dall’ex dittatore Than Shwe con la collaborazione di Pechino. Indignazione fra attivisti pro diritti umani, che denunciano una regressione in tema di libertà civili.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – Un tribunale nel centro del Myanmar ha condannato cinque giornalisti – quattro redattori dello Unity Journal e il direttore responsabile del settimanale – a 10 di prigione ai lavori forzati, per aver “messo in pericolo” la sicurezza nazionale. Alla base dell’arresto, una serie di articoli di denuncia incentrati su un’azienda – avviata dal governo birmano in collaborazione con la Cina – dedita alla produzione di armi chimiche.

Il caso ha sollevo una profonda indignazione nei gruppi attivisti pro diritti umani e in seno alla comunità internazionale; esso appare un deciso passo indietro rispetto al programma di riforme politiche e civili avviato – e in parte attuato – nel 2011 nel paese del Sud-est asiatico, con l’avvento al potere governo semi-civile del presidente Thein Sein.

Il processo è iniziato nel marzo scorso e si è concluso ieri con la sentenza di condanna. I legali dei cinque accusati non hanno nascosto la loro sorpresa per la durezza del verdetto e annunciano il proposito di ricorrere in appello. Al centro della controversia la decisione dei giudici della corte del distretto di Pakkoku, nella divisione di Magway, che hanno riconosciuto colpevoli i reporter di “diffusione di segreti di Stato”. Robert Sann Aung, uno dei componenti del team di difesa, parla di “pena sproporzionata” perché secondo le previsioni “mi sarei aspettato al massimo tre mesi” di carcere.

Oggetto dell’inchiesta una fabbrica chimica nei pressi di Pakkoku che, secondo i giornalisti, grazie alla collaborazione fornita da specialisti di Pechino veniva utilizzata per la produzione di armi. In un articolo pubblicato nel gennaio scorso, i giornalisti parlavano di un’operazione dei militari che si è conclusa con la confisca di oltre 1200 ettari di terreno; scopo dell’operazione, liberare l’area sulla quale sarebbe dovuta sorgere una fabbrica di armi chimiche, come disposto dall’ex dittatore il generalissimo Than Shwe. Naypyidaw ha smentito con forza che l’impianto era dedicato alla costruzione di armi; il Myanmar ha sottoscritto, ma mai ratificato, la Convenzione sulle armi chimiche, che ne mette al bando la produzione.

Nel marzo scorso il governo birmano, a livello nominale semi-civile dopo decenni di dittatura militare, ma di fatto formato e sostenuto dalle alte sfere dell’esercito, vero potere forte del Paese, ha promulgato la prima legge sui media. Secondo le previsioni essa avrebbe dovuto garantire libertà di stampa, dopo quasi 50 anni di censura e dure restrizioni imposte dai militari.

Ma nei fatti, come riferisce l’indagine annuale di Reporter Senza Frontiere (Rsf), il Myanmar resta al 145 posto su 180 nazioni al mondo in tema di libertà di stampa. Del resto lo stesso presidente Thein Sein nei giorni scorsi, commentando le violenze interconfessionali a Mandalay, dopo aver definito la stampa birmana “una delle più libere” del continente asiatico ha al contempo lanciato pesanti avvertimenti. La recente libertà di stampa “concessa” a tv e giornali, ha detto il capo di Stato, potrebbe essere “limitata” se vi saranno “minacce” alla “stabilità” del Paese.

AsiaNews,11/07/2014

English Version:
Journalists who exposed Sino-Burmese chemical weapons plant get ten years of hard labour

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